27 luglio 2019

Il caso Epstein e la campagna elettorale d'Israele

Il caso Epstein, il finanziere accusato di abuso su minori, che era scoppiato come una bomba atomica nell’ambito dell’alta finanza, sembra destinato a svaporare.

Questo almeno annuncia quanto avvenuto ieri, quando l’imputato, detenuto in carcere, è stato trovato malconcio nella sua cella. Tentativo di suicidio, dicono, ma forse anche di omicidio, come dicono altri più credibilmente.

La bomba Epstein

Epstein aveva accennato alla possibilità di collaborare per riguadagnare la libertà. Adesso è molto più difficile.

Ma non è solo la cella Epstein a tingersi di giallo. A quanto pare la vicenda ha suscitato molto nervosismo, come da denuncia della senatrice democratica Lauren Book, che ha collaborato all’inchiesta.

La Book, infatti, ha denunciato pesanti minacce nei suoi confronti, che presumibilmente saranno, e sono state, rivolte ad altri in via più riservata (Yediot Ahronot).

Il New York Times continua imperterrito a seguire il caso, rivelando i rapporti tra Epstein e il mondo dell’alta finanza, ma è improbabile che la cosa vada molto in là.

La mossa di Barak

Per Chemi Shalev (Haaretz) la vicenda Epstein è calata come una bomba in Israele, esplodendo nella campagna elettorale. L’ex primo ministro Ehud Barak, appena fondato un suo partito, ha dovuto difendersi da Netanyahu che lo ha accusato di indebiti rapporti con il finanziere.

Shalev collega lo scontro su Epstein con la fusione tra il nuovo partito di Barak e quello di Meretz: una unione innaturale, dato che il primo, “è stato ovunque”, “da sinistra a destra, falco o colomba a seconda delle circostanze”, mentre Meretz ha un’irriducibile connotazione di sinistra.

La nuova sinistra di Israele

Secondo Shalev tale convergenza sarebbe dovuta “anzitutto” proprio al caso Epstein, che “nello stesso giorno [della fusione, ndr.] è stato trovato ferito nella sua cella”.

“Il rifiuto di Barak di approfondire la natura dei suoi legami con Epstein […] ha, in effetti, fatto deragliare il tentativo dell’ex primo ministro di correre come pretendente al trono e ha portato il suo partito Democratico di Israele pericolosamente vicino alla tagliola della soglia del 3,25%”, sotto la quale non si entra in Parlamento.

Da qui la convergenza con Meretz, che vede peraltro un Barak più che defilato e pronto a mettere da parte le sue pretese per mettersi al servizio di una causa più grande: porre fine al regno di Netanyahu su Israele.

Da sinistra, Itzik Shmuli e Amir Peretz

L’ambiguità dei laburisti

La tesi di Shalev è confermata da Yossi Verter (Haaretz), secondo il quale “il big bang che [Barak] ha cercato di innescare” con il suo ritorno alla politica attiva si è concluso e i suoi “sogni megalomani si sono infranti rumorosamente”. Se ne avvantaggerà la sinistra, che il nuovo Barak rafforza.

La fusione, secondo Shalev, sarebbe anche una “vendetta” contro il leader dei laburisti Amir Peretz, che aveva escluso l’alleanza con Barak e rifiutato “di escludere in maniera categorica qualsiasi futura collaborazione con Netanyahu”.

Peraltro la mossa di Barak, scrive Shalev, avrebbe messo in crisi i laburisti, dato che alcuni esponenti di spicco del partito hanno seguito l’ex primo ministro. E ora  il partito storico della sinistra rischierebbe di non raggiungere il necessario 3.25%. Da qui la possibilità di una convergenza forzata tra le due sinistre.

Ciò porrebbe fine all’ambiguità dei laburisti evidenziata da Verter, il quale racconta l’incontro tra un esponente di spicco del partito, Itzik Shmuli – che poi ha seguito Barak – e Peretz.

In tale incontro Shmuli ebbe “la sensazione che il leader laburista non fosse impegnato nel blocco di sinistra e nell’interesse generale, sembrava piuttosto puntare sul fatto che il suo partito possa risultare decisivo nei negoziati per formare una coalizione di governo e dare così a Benjamin Netanyahu la maggioranza della 61ª Knesset [il Parlamento, ndr.]”. Ovviamente Peretz “nega con forza” tale scenario, aggiunge Verter.

Tutto può succedere

Un’analoga battaglia avviene a destra, dove Ayelet Shaked sta tentando di dar vita a una coalizione di partiti ultra-ortodossi che darebbe filo da torcere all’egemonia di Netanyahu sulla destra. Da qui il contrasto del premier al tentativo.

Come si vede, il futuro di Israele è più che incerto, dato che tutti stanno trattando con tutti. Impossibile prevedere sia l’esito del voto, che dovrebbe però vedere l’affermazione delle destre, sia la natura del futuro governo, che potrebbe nascere da convergenze di opposti.

Elezioni da seguire perché avranno conseguenze sull’intera la regione, a iniziare dai vicini palestinesi, il cui destino è strettamente intrecciato con quello di israele.

Nella foto in evidenza il selfie della nuova sinistra israeliana: con Barak, Stav Shaffir e Nitzan Horowitz, rispettivamente leader dei Verdi e di Meretz.

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