26 luglio 2019

Il Russiagate è finito: si rilancia l'asse anglosassone

Il Russiagate è finito, non con una deflagrazione, ma in un balbettio. L’audizione al Congresso del procuratore speciale Mueller, che nell’idea dei democratici doveva riaprire un capitolo chiuso, non ha prodotto novità di rilievo.

Donald Trump può quindi derubricare l’inchiesta a incidente di percorso. Per i democratici è il momento di tornare alla politica, dopo anni di sospensione suicida a questa vicenda.

Il fatto che il Russiagate sia un prodotto della premiata ditta neocon può offrire il destro per un paragone con la guerra irachena, di eguale matrice.

Tornare alla politica

Dopo la vittoria di Trump, contro la Casa Bianca è stata lanciata l’arma di distruzione di massa del Russiagate che, distruggendo il tycoon che aveva impudentemente sfidato un ordine globale dato per irreversibile, avrebbe dovuto riconsegnare gli Stati Uniti alla follia neocon.

La bomba anti-Trump si è dimostrata simile alle armi di distruzioni di massa di Saddam, affannosamente cercate e mai trovate.

Tra i tanti commenti all’audizione di Mueller spicca un titolo del Washington Post: “I democratici hanno un’opzione per porre fine alla presidenza Trump: vincere le elezioni del 2020”.

Un invito a tornare alla politica rivolto ai democratici, parte dei quali sono stati costretti a contrastare Trump su un terreno altrui, dal momento che invece condividono con il presidente – pur nelle abissali diversità – l’idea di porre fine alle guerre infinite neocon. Terreno comune che il Russiagate ha minato nel profondo, rendendolo quasi impraticabile.

Trump e Boris

La fine del Russiagate coincide con l’inizio del mandato di Boris Johnson in Gran Bretagna e, di fatto, con l’inizio della fase risolutiva della Brexit.

La vittoria del “Leave” al referendum britannico e di Trump negli Usa hanno impresso una svolta decisiva alle dinamiche del mondo. Così la fine del Russiagate e l’innesco definitivo della Brexit non è solo coincidenza temporale, ma dato Politico (P maiuscola).

Il Russiagate, chiuso in America, ha una sua appendice nella provincia italiana: le asserite tangenti russe alla Lega. Inchiesta dalla genesi oscura, roba da servizi (Dagospia), che riporta il Belpaese ai tempi del Bunga Bunga, che più che i rapporti con le olgettine puniva l’indebito rapporto tra Berlusconi e Putin.

Heinz-Christian Strache, il politico austriaco finito nel tritacarne di asserite tangenti russe (vedi Piccolenote)

Russiagate provinciale

L’innesco oltreoceano dell’inchiesta evidenzia che certi ambiti non hanno gradito la visita di Putin a Roma e in Vaticano e paventano l’allontanamento dell’Italia dall’ambito atlantista, che permette il rapporto con l’avversario globale al solo Imperatore.

Così veniamo ad un editoriale, a suo modo storico, del New York Times, giornale che, dopo aver ossessivamente inseguito il Russiagate, ha riconosciuto le ragioni di Trump sulla Russia.

Nel fondo, il tacito elogio della lungimiranza del presidente che, a fronte della “minaccia cinese”, il vero nemico “a lungo termine” degli Stati Uniti, ha giocato la carta russa, nel tentativo di creare un’alleanza con questa per contenere il Dragone.

Si tratta cioè di spezzare il legame tra le due potenze, costruito negli ultimi anni grazie alle politiche anti-russe che hanno costretto Mosca a guardare a Pechino.

L’editoriale riconosce la difficoltà di rompere tale alleanza – giunta ai massimi livelli -, ma ribadisce la necessità del tentativo e conclude che, in ogni caso, è necessario allo scopo che l’America riesca a “ricompattare i suoi alleati democratici”, ai quali, dunque, non sono permesse fughe in solitaria.

Non si tratta di assecondare nostre assenti simpatie salviniane, solo formulare l’auspicio di un ritorno alla politica – e alla lotta politica -, chiudendo la stagione della lotta continua per procure che consegna l’Italia all’instabilità permanente. Tant’è.

L’asse anglosassone e il mondo

Ma al di là delle piccole cose italiane, va registrato che il riavvicinamento delle sponde dell’Atlantico rilancia la leadership anglosassone nel mondo, con conseguenze da scoprire sul continente europeo, dove la Germania, Paese egemone, ha iniziato a guardare alla Russia con interesse.

Per quanto riguarda l’Oriente, invece, la sfida contro la Cina difficilmente vedrà Mosca schierata con l’Occidente, che anzi rischia di perdere anche un altro alleato più che strategico, l’India.

Peraltro non è vero che ad avvicinare Mosca e Pechino siano state le sanzioni anti-russe, come da NYT, ché tale legame ha radici più lontane. Stava per saldarsi, infatti, alla fine degli anni ’80, ma il massacro di piazza Tienanmen bloccò tutto.

Ma chi guarda le attuali manifestazioni di Hong Kong auspicando una nuova Tienanmen resterà deluso. Tanto è cambiato da allora.

Detto questo, perché tale competizione globale superi l’attuale conflittualità-instabilità permanente occorrerebbe una nuova Yalta. Ma siamo ancora lontani da tale ipotesi.

 

 

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