25 luglio 2019

Ucraina: vince Zelensky, vince la speranza

Il Ministero degli Esteri russo ha definito il risultato delle elezioni ucraine “un voto di speranza“. E in effetti, quanto accaduto domenica scorsa apre porte e rompe il pericoloso stallo tra Kiev e Mosca.

Volodimir Zelensky, che aveva stravinto la corsa presidenziale contro Petro Poroshenko, si è ripetuto, portando il suo partito a prendere la maggioranza assoluta del Parlamento, cosa mai accaduta nella storia ucraina.

Il comico prestato alla politica, che aveva raggiunto la popolarità grazie al suo programma il “servo del popolo” – appellativo che ha conservato nella sua nuova avventura -, ora ha anche il potere di governare, possibilità che tanti negavano avrebbe mai avuto, prevedendo un futuro a lui ostico.

Zelensky e la riconciliazione

Ma il voto indica anche altro. Il filo rosso della sua campagna elettorale è stato quello di una pacificazione nazionale, dato che ha affermato a più riprese che voleva trovare una pacificazione con le regioni ribelli e filo-russe del Donbass – contro le quali Kiev ha condotto un conflitto sanguinoso quanto perdente – e raggiungere un appeasement con Mosca, Paese diventato nemico esistenziale dopo la rivoluzione (o colpo di Stato) di piazza Maidan.

La vittoria travolgente indica che la sua speranza è quella del popolo ucraino. Di converso, la sonora sconfitta della campagna di Poroshenko, tutta giocata sul revanchismo contro Mosca, evidenzia che l’Ucraina è stanca di questa guerra infinita.

Certo, a premiare Zelensky è stata anche la sua denuncia contro la corruzione, dilagata ai massimi livelli sotto la guida di Poroshenko – costretto peraltro a subire l’onta di un’inchiesta penale per accuse similari -, ma è un particolare, che peraltro mette in evidenza come le accuse di corruttela lanciate contro il regime filo-russo precedente erano affatto strumentali.

Tolto di mezzo quel governo, si è continuato a rubare e a depredare le casse dello Stato, come prima, più di prima.

Aperture concrete

Delle aperture verso una pacificazione del Donbass avevamo accennato in altra nota, nella quale avevamo anche riferito della telefonata Zelensky-Putin, il primo contatto tra un presidente ucraino e quello russo dopo Maidan.

A queste si è aggiunta la dichiarazione di Zelensky sul fatto che il russo tornerà a essere la lingua delle regioni del Donbass, dopo il divieto posto da Poroshenko a un bilinguismo che appartiene alla storia ucraina.

Una questione secondaria, che però il divieto aveva fatto diventare primaria, suscitando accese quanto evitabili controversie.

Non solo, pare che siano in stato avanzato le trattative per la liberazione dei marinai ucraini arrestati da Mosca dopo l’incidente di Kerch, quando una nave ucraina era stata sequestrata perché sospettata di azioni indebite contro la Crimea.

Influenze esterne?

Insomma, tanti i segnali distensivi, che fanno sperare nel raggiungimento di una distensione necessaria all’Ucraina quanto all’Europa, che la crisi di Maidan ha reso più lontana (e ovviamente alla Russia).

Tanto necessaria che è possibile che tale evoluzione sia stata favorita dalla Germania, che tanta influenza ha in Ucraina. Un peso paragonabile a quello degli Stati Uniti. E chissà cosa si saranno detti Putin e Trump sull’Ucraina nel loro ultimo incontro a Osaka

La scomparsa delle destre

Ma al di là di possibili influenze esterne, nel caso specifico positive, va registrato un ulteriore fattore di conforto: le destre sono praticamente sparite dal panorama politico ucraino.

Ha perso il partito di Azov, sostenuto dalle forze militari e paramilitari inquadrate nell’omonimo reggimento, il più duro della guerra contro ii ribelli del Donbass. E ha perso Settore Destro, alla guida di una coalizione di forze di ultra-destra.

Nessuno dei due partiti ha raggiunto la soglia necessaria per entrare in Parlamento. Nel registrare con giusto favore tale sconfitta, Michael Colborne, su Haaretz, ricorda però che, seppure assenti dal Parlamento, tali forze restano nel territorio.

Tali movimenti possono contare su militanti, attivisti e un’organizzazione che altre forze politiche non hanno; e ragionano a lungo termine. Insomma, continueranno a dire la loro.

Tra minacce e speranze

All’indomani della sua elezione a presidente, alcuni leader dell’ultra-destra avevano messo in guardia Zelensky. Dmitry Yarosh, leader di Settore Destro, rivolgendosi direttamente a lui, lo aveva ammonito: “Abbiamo imparato a fare la rivoluzione molto bene e sparare a tutte quelle” aquile “che stanno cercando di parassitare il sudore e il sangue degli ucraini”.

E ha concluso che se Zelensky avesse “tradito l’Ucraina” sarebbe finito “appeso a un albero”. Accuse di fatto allargate ai suoi sostenitori…

Sono le forze elogiate da tutti i media d’Occidente al tempo di Maidan. Il sonno della ragione produce mostri, monito che si rinnova.

Il cammino del nuovo governo non sarà agevole. Ma la speranza, dopo tanta oscurità, è rifiorita.

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