24 luglio 2019

Boris Johnson: Trump britannico, ma non troppo

E così il predestinato Boris Johnson avrà il compito di traghettare la Gran Bretagna fuori dalla Ue. Come ribadito appena preso possesso del suo nuovo incarico, dichiarando solennemente che rispetterà i tempi previsti, ovvero il 31 ottobre.

Sarà Brexit, dunque, una scelta dei cittadini britannici che tanto mondo ha tentato di svuotare di significato e riassorbire, perché ferita mortale alla globalizzazione.

Fine della globalizzazione sacra e selvaggia

Da oggi la globalizzazione, almeno quella “sacra e selvaggia” che abbiamo conosciuto finora, può dirsi chiusa. A dispetto dei tanti cantori della stessa, avversari irriducibili di quanti, criticandone le dinamiche impazzite, venivano etichettati come sovranisti-populisti e nemici delle magnifiche sorti e progressive.

Sacra perché era religione dai dogmi indiscutibili. Le cui critiche erano bollate come eresia e meritevoli di essere esposte al pubblico ludibrio e al rogo mediatico. Selvaggia perché senza regole se non quella del più forte, la grande Finanza, che impone la “sua” legge al più debole, i cittadini dei singoli Stati sempre più inermi.

Johnson o del Trump britannico

Ma al di là dei significati globali, la figura di Johnson divide. Trump lo ha ovviamente salutato con entusiasmo, un “brav’uomo”, ricordandone la definizione di “Trump britannico”.

Definire un “brav’uomo” Boris è alquanto azzardato, dato che il politico ha fatto dell’estremismo la sua cifra. Ma Trump è così e ovviamente il suo apprezzamento va al solido legame che lo lega al nuovo inquilino di Downing street e al fatto che la  sua linea ne esce rafforzata.

Ma definire Boris il Trump britannico può portare a errori di valutazione. Perché i due personaggi possono sì incarnare l’idea di un ritorno a uno Stato nazione forte, ma sulla politica estera hanno prospettive profondamente diverse.

Di guerre infinite

Trump è stato eletto per porre fine alle guerre infinite in modo da ricostruire su altre basi la grandezza americana. Chiusa la disastrosa parentesi delle guerre globali, infatti, Washington si può concentrare sullo sviluppo. Un’altra prospettiva di egemonia globale, non più fondata su un interventismo sfrenato, ma su uno sviluppo altrettanto sfrenato. Un ritorno, sotto altre spoglie, dell’isolazionismo americano.

Boris non deve gestire tale eredità. Certo, ha seguito l’America in molti conflitti, ma in posizione ancillare, nutrendosi dei parchi dividendi.

Anche lui si sente investito del compito di far grande la Gran Bretagna. E la sua cassetta degli attrezzi è l’anglosfera, da usare come base per un rilancio globale.

Tale impegno potrebbe, al contrario di Trump, portare il suo Paese a una maggiore assertività sul piano internazionale. Prospettiva che sarà più praticabile allorquando sarà risolta la grana Brexit, che oggi assorbe risorse ed energie.

L’Impero britannico e l’Iran

Sebbene sia impossibile far rivivere l’Impero britannico – che al suo apice controllava un quinto della popolazione mondiale -, è pur quello, giocoforza, il modello di riferimento.

L’uomo ha notevole spregiudicatezza, che nella geopolitica è arma a doppio taglio, può produrre aperture inaspettate come situazioni a rischio. Johnson, dunque, è variabile tutta da scoprire; una variabile che deve fare i conti anche con le diversità tra un sistema americano che dà al presidente poteri negati al premier dalla democrazia inglese.

Detto questo, poco prima del suo incarico, ha dichiarato che non avrebbe inseguito l’alleato d’oltreoceano in una guerra contro l’Iran. Si spera sia conseguente.

Sul punto si ritrova a gestire la criticità legata al sequestro della petroliera britannica da parte dell’Iran e di quella iraniana da parte delle autorità di Gibilterra. Stallo che complica il suo esordio sul teatro del mondo.

Vedremo se aiuterà Trump a uscire da una conflittualità nella quale è stato trascinato dai neocon o se rimarrà anch’egli intrappolato dalla criticità ereditata.

Fuoco incrociato sulla Ue?

Resta, invece, una linea comune con Trump e riguarda la Ue che, dopo la sua fuoriuscita, la Gran Bretagna vedrà come un partner, ma anche come un antagonista. Trump non nasconde troppo la sua idea di disgregare ciò che ora è unito.

Una prospettiva che potrebbe essere assecondata da Londra, dato che la sua ascesa nella competizione globale ne sarebbe favorita: meglio competere con singole nazioni che con un gigante geopolitico come l’Unione europea.

Peraltro la Gran Bretagna ha sempre remato contro l’Unione, partecipandovi solo quando era ormai inevitabile, ma riuscendo comunque a strappare una partnership privilegiata rispetto agli altri Paesi membri e a diluirla spingendo per un suo allargamento a Est.

Da qui probabili spinte convergenti da parte dell’anglosfera per un disfacimento dell’Unione o perlomeno per un ottundimento delle sue capacità operative.

 

Ps. Il Washington Post ha ricordato che durante la corsa per la Casa Bianca Johnson aveva definito l’allora candidato Trump  di “un’ignoranza piuttosto stupefacente che lo rende, francamente, inadatto a ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti”. La politica è arte del presente… 

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