16 luglio 2019

Yemen: il fragile accordo di Hodeida e il ritiro degli Emirati

Le parti belligeranti del conflitto in Yemen si sono incontrate e hanno “concordato un meccanismo e nuove misure per rafforzare il cessate il fuoco e la distensione, da mettere in atto quanto prima”. Così un comunicato delle Nazioni Unite.

Un piccolo accordo, magari estemporaneo e forse di non facile attuazione, quello fiorito ieri su una nave dell’Onu ancorata nel Mar Rosso.

E certo con il limite che la tregua riguarda la sola città di Hodeida, richiesta da tempo avanzata dalle Nazioni Unite per permettere ai mercantili di attraccare al suo strategico porto per portare aiuto a una popolazione stremata da quattro anni di guerra, fame e malattie.

Eppure, nonostante i tanti limiti, l’intesa ha un suo valore.

Il fragile accordo di Hodeida

Nonostante tutto, infatti, l’accordo va nella direzione di un attutimento della conflittualità in un’area in cui la tensione, a causa del confronto Usa-Iran, si sta accumulando a livelli di rischio.

Anche perché la guerra in Yemen è parte integrante del confronto con l’Iran, dato che Teheran sostiene i ribelli houti contro la coalizione a guida saudita, che riunisce più o meno i Paesi che sostengono la spinta anti-iraniana di Washington.

Gli Houti come i Vietkong

La precaria intesa di Hodeida, però, segue una svolta ben più reale, ovvero il ritiro degli Emirati Arabi dalla guerra in Yemen.

Riad perde così il suo alleato più stretto e, insieme, le sue truppe, il contingente militare più numeroso dopo quello saudita.

Il motivo del ritiro lo ha spiegato Michael Stephens, del Royal United Services Institute di Londra, al New York Times: gli Emirati si sono accorti che “questa guerra è un fallimento”, che lo Yemen è ormai un “pantano” e che gli Houti sono i nuovi “Vietkong”. Paragone importante e descrittivo.

Il disgusto internazionale

A spingere gli Emirati a questa determinazione anche altri fattori. Anzitutto il fatto che l’alto costo umanitario e la spregiudicatezza degli attacchi della coalizione, che hanno causato fin troppe vittime civili, sta rendendo il conflitto sempre più impopolare presso l’opinione pubblica internazionale.

Il “disgusto” americano ha peraltro alimentato la pressione del Congresso Usa per porre un freno al sostegno degli Stati Uniti alla coalizione.

Abu Dhabi ha così voluto “prendere le distanze” da un’avventura militare che rischia di macchiare indelebilmente la sua immagine.

A rendere il ritiro ancor più urgente, spiega un altro articolo del NYT, il rischio che le tensioni Iran-Usa sfocino in un conflitto aperto. Cenno significativo, che rimanda a una nota di al Manar.

I missili di Teheran

Secondo il sito di hezbollah, Abu Dhabi è più che spaventata da un’eventuale conflagrazione delle tensioni Teheran-Washington, tanto da aver cercato rassicurazioni sul suo non coinvolgimento sia presso i russi sia presso gli iraniani.

Ciò sarebbe avvenuto subito dopo il misterioso attentato a quattro mercantili avvenuto al largo di un porto emiratino, che Washington ha attribuito precipitosamente a Teheran.

Dopo l’accaduto, una delegazione di alti funzionari di Abu Dhabi si sarebbe recata nella capitale iraniana per cercare intese col potente vicino.

Abdullah bin Zayed

La missione sarebbe fallita, ma gli emiratini non si sarebbero dati per vinti e la richiesta sarebbe stata avanzata a Mosca, durante la visita del ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed di fine giugno.

Questo spiegherebbe perché gli Emirati arabi, cui spettava il compito di indagare sugli attentati ai quattro mercantili, abbiano scagionato Teheran, contravvenendo ai diktat americani.

E perché ora si stanno ritirando dallo Yemen, come chiesto da Teheran. D’altronde, se davvero scoppiasse una guerra con l’Iran, Abu Dhabi ne sarebbe incenerita: troppo vicini i missili iraniani.

Abu Dhabi e la City

Peraltro i legami della City con Abu Dhabi possono forse spiegare anche il ripensamento di Londra sulla criticità iraniana, dato che, dopo aver alimentato le tensioni sequestrando una petroliera di Teheran, sta cambiando linea.

Di ieri la notizia di un possibile dissequestro della nave. Di oggi la dichiarazione di Boris Johnson, probabile nuovo premier dopo la May, che la Gran Bretagna non seguirebbe gli Stati Uniti in un intervento contro Teheran.

Insomma, non solo nella Ue – che ieri all’Onu ha ribadito il suo impegno a salvare l’accordo sul nucleare iraniano -, ma anche nel mondo arabo inizia a farsi strada l’idea che una guerra contro Teheran non conviene a nessuno.

Peraltro oggi una petroliera iraniana, bloccata in un porto kuwaitiano da otto mesi, ha potuto riprendere il largo. Notizia anche simbolica: la nave della distensione ha ripreso la sua navigazione, nonostante le tempeste.

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