1 luglio 2019

L'assalto al Parlamento di Hong Kong

Nuova ondata di proteste a Hong Kong, che coincidono con la distensione tra Usa e Cina al G-20 di Osaka e indicano che Pechino, benché abbia dichiarato la sua non ingerenza negli affari della provincia autonoma, deve parare colpi che da lì provengono.

Il livello dello scontro si è alzato, dato che i manifestanti hanno invaso il Parlamento, con un atto che è il più alto simbolo rivoluzionario. L’azione coincide con l’anniversario del ritorno della regione sotto la giurisdizione cinese (1º  luglio 1997), che ha posto fine al lungo status di colonia britannica.

Iniziata come protesta per un disegno di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina, essa è diventata ancora più politica, dato che sembra diretta verso l’accordo del 1997. Quindi non è più solo una questione di Hong Kong che indirettamente riguarda Pechino, ma una sfida diretta a quest’ultima.

In un editoriale del South China Morning Post, Alex Lo spiega che la protesta ha anche due martiri, due persone che si sono suicidate per la causa. E che i manifestanti si definiscono i 2 milioni e 2, in riferimento al numero dei ribelli scesi in piazza e, appunto, ai due martiri.

La causa è vinta, ma non basta

Di suicidi per la causa è piena la storia delle rivolte: da Jan Palach, che nel ’69 infiammò la rivolta anti-comunista in Cecoslovacchia, a Mohamed Bouazizi, il povero venditore ambulante che, dandosi alle fiamme nel dicembre del 2011, alimentò l’incendio della cosiddetta primavera araba (di nefasta memoria).

Ora c’è qualcuno che immagina che i martiri di Hong Kong possano far crollare la Cina.

Nel suo editoriale, Alex Lo, scrive che i martiri non servono, anche “considerando che la ‘causa’ è stata per lo più vinta”, dato che il progetto di legge è stato ritirato.

Il governo, infatti, “ha ammesso” la sconfitta, “il governatore si è scusato due volte e potrebbe restare presto senza lavoro; e non c’è modo che il disegno di legge venga ripristinato a breve”.

“Se ciò non soddisfa ancora le richieste dell’opposizione e di altri gruppi di protesta – aggiunge Lo – è perché molti giovani non sanno di aver già vinto e alcuni politici opportunisti sono più che felici di incitarli”.

Hong Kong e Maidan

Quadro sintetico alquanto credibile. E che forse, per trovare una spiegazione, va allargato a quanti stanno fomentando la rivolta. Quanto accade a Hong Kong ricorda, con le diversità del caso, quel che accadde a piazza Maidan, quando il cosiddetto mondo libero alimentò la protesta ucraina fino a rovesciare il governo.

In altra nota abbiamo riportato come Forbes avesse dato notizia che l’esplosione della protesta era stata anticipata da un’incontro riservato tenuto a maggio negli Stati Uniti dal falco repubblicano Marco Rubio e dal democratico James McGovern con alcuni imprenditori di Hong Kong e il capo dei sindacalisti della regione, figura chiave per mobilitare masse critiche.

Così le denunce di Pechino contro asserite ingerenze esterne appaiono di certo fondamento. E oggi il comunicato congiunto del governo cinese e di quello di Hong Kong  contro le “interferenze” britanniche sulla sua ex colonia, la cui “responsabilità” ora non ricade più su Londra, ma è “questione interna cinese”.

Hong Kong e la Crimea

C’è un’altra similitudine forte tra quanto accade a Hong Kong e quanto avvenne in Ucraina, ed è la vicenda della Crimea.

La Russia non poteva rinunciare alla Crimea, perché la sua perdita avrebbe precluso a Mosca il Mediterraneo, con conseguenze nefaste per la sua proiezione in Europa e nel mondo arabo (la Siria sarebbe collassata in un attimo).

Così Pechino non può rinunciare a Hong Kong, non solo per una questione di prestigio, ma perché è un polmone commerciale e finanziario del Dragone, strettamente interconnesso con il resto dell’apparato economico-finanziario.

Non può rinunciarvi, punto. Così questa rivolta rischia di attirare una repressione dura, dato che nessuno Stato può permettere che sia assaltato il proprio parlamento, né Pechino può vedersi sottratta una regione tanto vitale.

Se l’intervento governativo sarà giudicato eccessivamente duro, cosa più che probabile dato che tanti media non aspettano altro,  rischia di innescare nuove criticità nei rapporti tra Occidente e Cina. Con buona pace dell’accordo appena concluso tra Trump e Xi (che riguarda anche la Corea del Nord…).

Vedremo come evolverà la contesa di Hong Kong che, sopita per il summit di Osaka, è esplosa al suo termine come una vera e propria bomba.

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