27 giugno 2019

Ehud Barak, una nuova variabile in Medio oriente

Ieri l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha annunciato il suo ritorno nella politica attiva (finora aveva lavorato dietro le quinte), fondando un nuovo partito. Iniziativa che rimescola il gioco politico israeliano e innesta una variabile nuova nella criticità iraniana.

Lo slogan con cui ha intrapreso la nuova ventura è indice del suo programma: “Bisogna abbattere il regime di Netanyahu”.

Si presenta dunque come il più strenuo avversario dell’attuale leader. Questa l’apparenza, in realtà la sua discesa in campo può aiutare il premier, che sta attraversando un momento di grave difficoltà, tanto da aver tentato la strada dell’annullamento delle elezioni del prossimo 17 settembre.

Scompaginare l’opposizione

Infatti, con la sua discesa in campo, Barak crea difficoltà alle forze di opposizione, proiettate verso una, seppur incerta, vittoria. E a entrambi i partiti di opposizione – di matrice ebraica, ovviamente, non ai partiti arabi -, ovvero il Blue and Withe di Benny Gantz e Yair Lapid e i laburisti.

I primi, che hanno eguagliato i seggi del Likud alle scorse elezioni, vedranno erosi i propri voti da una candidatura tanto autorevole, stante che Barak è l’unica personalità politica israeliana che, per esperienza e scaltrezza, può paragonarsi a Netanyahu.

Gantz non ha solo attratto voti di protesta, ma anche voti di scontenti, anche del Likud, che hanno visto in lui una figura “istituzionale”. Consensi, questi ultimi, che potranno dunque spostarsi su Barak, più istituzionale di lui.

Inoltre, la lunga militanza di Barak nel partito laburista gli ascrive parte dei consensi di questi ultimi. Tenendo presente che l’ultimo leader di questo partito, Avi Gabbay, era una sua creatura, si può immaginare quanto dirompente sia la sua nuova avventura politica per lo storico partito della sinistra israeliana, già preda di erosione progressiva (come dimostra il pessimo risultato delle ultime elezioni).

Un governo Netanyahu-Barak?

Insomma, l’ex premier israeliano ha le carte per scompaginare le forze di opposizione. E, se si tiene presente la sua spregiudicatezza, non si può escludere che potrebbe usare un esito positivo delle urne anche per correre in soccorso dell’attuale premier.

D’altronde Netanyau era un suo sottoposto quando egli guidava il Sayeret Matkal, forza d’élite dell’esercito israeliano, e del premier Netanyhau è stato, in passato, ministro della Difesa.

A ipotizzare un governo Netanyahu-Barak, non senza ragioni, è Anshel Pfeffer su Haaretz, e lo stesso Gantz (Jerusalem Post).

Va in tal senso ricordato che nel tentativo – fallito – di formare il governo dopo la vittoria alle ultime elezioni, Netanyahu propose un governo con i laburisti; ipotesi che questi – leader Gabbay (ovvero Barak) – considerarono seriamente prima di rifiutarla.

Barak e l’attacco all’Iran

La variabile Barak potrebbe, inoltre, avere un peso nell’attuale crisi iraniana, nel caso si ritrovasse a rivestire incarichi di rilievo (come detto, è già stato ministro della Difesa).

Nella sua autobiografia, My Country, My Life: Fighting for Israel, Searching for Peace, ricorda come fu tenace assertore di un attacco preventivo contro l’Iran.

Un intervento da realizzarsi prima che Teheran raggiungesse la “zona di immunità”, ovvero varcasse una soglia ideale che lo rendesse impossibile.

Così tentò più volte di convincere i responsabili della sicurezza e dell’esercito israeliano, trovando contrasto.

Il niet di Bush

Ma la sua assertività trovò un ostacolo ancor più irriducibile nel presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

Di fronte alle sue insistenze, nel 2012, Bush volle “chiarire”, in un incontro a porte chiuse, che egli era “fortemente contrario” a un attacco israeliano contro Teheran. “E non lo faremo neanche noi, finché io sarò presidente”, concluse, chiudendo definitivamente la questione.

Siparietto che dice tanto: Bush Junior è considerato un guerrafondaio a causa della guerra in Iraq. In realtà, l’inetto presidente, dopo aver subito il colpo di Stato dei neocon nel post 11 settembre, tentò, come poté, di frenarli, come dimostra il retroscena raccontato da Barak.

Va tenuto presente che il niet Usa negò a tale ambito il trionfo che ancora gli sfugge, dato che la guerra all’Iran era e resta l’obiettivo finale del disegno neocon per rimodellare il Medio oriente.

Variabile da verificare

Certo, Barak ha infine accolto con favore l’accordo sul nucleare di Obama, come accenna nel suo libro. Ma il ritiro degli Usa da tale intesa da parte di Trump porta la situazione a qualcosa di analogo al 2012.

Detto questo la discesa in campo di Barak è variabile impazzita di uno scontro politico altrettanto impazzito, come ha denunciato alla fine delle ultime elezioni lo stesso presidente israeliano Reuven Rivlin.

Così è da vedere anzitutto se Barak prenderà voti e, se ne prenderà tanti da creare una forza politica, come vorrà spenderli. Spregiudicato com’è, può far tutto e il contrario di tutto.

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