25 giugno 2019

Erdogan perde Istanbul. E non solo...

Ekrem Imamoglu

Ekrem Imamoglu è il nuovo sindaco di Istanbul. Uno schiaffo per Recep Erdogan che perde la città più importante della Turchia e la città più simbolica per il mondo intero. Una debacle aggravata dal fatto che il leader dell’opposizione aveva già vinto le elezioni di marzo, che sono state annullate e ripetute.

E mentre allora aveva vinto per una manciata di voti, stavolta ha stracciato il suo avversario, proposto dall’Akp, il partito di Erdogan, che è stato distaccato per 700-800mila voti (ancora non ci sono risultati ufficiali).

Il sultano, che dopo il fallito colpo di Stato del 2016 ha istituito uno stato di polizia, con un giro di vite sulla società civile, sull’amministrazione pubblica, sui media, sull’esercito, etc. si ritrova alle prese con una opposizione interna che credeva di aver ormai domato.

La disfida con gli Usa e quella di Istanbul

A favorire il risultato, il braccio di ferro che Erdogan sta sostenendo con gli Stati Uniti, che verte attorno all’acquisto degli S-400 russi.

Il sistema d’arma antiaereo di Mosca è diventato oggetto di accesa controversia geopolitica, tanto che gli Stati Uniti hanno intimato più volte alla Turchia di non acquistarli.

Da tempo le pressioni diplomatiche si sono intrecciate con l’uso del soft power economico: il contrasto con gli Usa sta mettendo da tempo sotto pressione la lira turca (Reuters).

Pressione che diventerà palese se la vendita degli S-400 andrà a compimento, dato che Washington, nel caso, imporrebbe dure sanzioni ad Ankara.

Le autorità turche non demordono e anche oggi, tramite l’Agenzia stampa Anadolu, hanno fatto sapere che la vendita non è in discussione. I primi pezzi arriveranno il 15 luglio, nell’anniversario del fallito colpo di Stato.

Scadenza simbolica, dato che l’arrivo delle Difese russe in quella fatidica data sembra indicare che il sospetto che dietro il golpe ci fossero gli americani, denunciato allora dai giornali turchi, sia condiviso dal presidente turco e ancora non dissipato.

La geopolitica di Istanbul

Così anche la vittoria dell’antagonista di Erdogan si inscrive in questa lotta geopolitica di livello globale, dato che è evidente che gli Usa stanno guardando con interesse la crepa che si è aperta nel sistema di potere del sultano.

Non gli dispiace affatto che la loro antagonista navighi in acque meno tranquille. E forse, nei modi e nelle forme tipiche del soft power, è probabile che abbiano favorito lo sviluppo attuale.

Dalla sua nuova carica, è ovvio che Imamoglu diventi catalizzatore delle forze di opposizione, che son tante: non solo la minoranza curda, contro la quale Erdogan ha intrapreso una lotta all’ultimo sangue, ma anche alcuni autorevoli esponenti del suo partito, tra cui il New York Times annovera, non errando, l’ex presidente Abdullah Gul e l’ex ministro delle finanze Ali Babacan.

Da qui anche le aperture al dialogo del nuovo sindaco, che potrebbe favorire una diaspora dall’interno dell’Akp. A suo favore gioca la grande popolarità di cui gode, simile a quella di una rockstar o di una figura di culto (Haaretz).

Non solo, secondo il Nyt, Imamoglu potrebbe scoperchiare la pentola dei favoritismi di cui hanno goduto finora i membri dell’Akp. La lotta diventerebbe, in tal caso, all’ultimo sangue.

Come accennato, ci sono in gioco equilibri geopolitici globali, dato che l’allontanamento della Turchia da Washington, che verrebbe suggellato con l’acquisto degli S-400, ha portato Ankara più vicina a Putin, cambiando il volto del Medio oriente.

Una dinamica che la nuova debolezza di Erdogan può rimettere in questione. Ma è tutto da vedere. Il presidente ha risposto alle aperture del sindaco concedendogli subito la vittoria, atto dovuto che però poteva ritardare.

Potrebbe addirittura fare asse con lui per aprire una stagione di riforme. Sviluppo improbabile, dato il temperamento del sultano, ma non impossibile. Resta che l’esito elettorale di Istanbul immette giocoforza una spinta riformista nel sistema che sarà arduo reprimere. Sviluppi da seguire.

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