12 giugno 2019

Hong Kong: la rivolta anti-cinese e i falchi Usa

Manifestazioni di massa a Hong Kong: una variabile nuova entra nello scontro Cina-Stati Uniti (Forbes). La protesta è rivolta contro un’iniziativa del Parlamento della regione autonoma cinese volta a introdurre la possibilità di estradare a Pechino persone perseguite dalla magistratura del Dragone.

Un’iniziativa più che legittima, dato che la stranezza sta nell’attuale sistema, che impedisce ai magistrati cinesi di svolgere la loro attività in un ambito che ricade sotto la sovranità dello Stato.

Ma ha innescato proteste come non se ne vedevano da anni. Secondo i ribelli, e la narrazione occidentale, la nuova legge consentirà a Pechino di soffocare il dissenso e minare la libertà locale.

I manifestanti non si limitano ai sit-in, come avvenne per la cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” del 2014, che chiedeva più autonomia. I manifestanti hanno addirittura tentato un assalto al Parlamento (Reuters).

Proteste e indebite ingerenze

Gli Stati Uniti stanno usando lo scontro per accrescere la pressione sul Dragone. Tanto da avvertire Pechino che l’introduzione della legge sull’estradizione violerebbe il trattato che statuì il passaggio della colonia britannica alla Cina. Rilievo gravissimo, dato che ipotizza la revoca della sovranità di Pechino su Hong Kong.

Pechino, a sua volta, accusa gli Usa di ingerenze indebite. Con un fondo di verità, stando a quanto rivela Forbes: a metà maggio negli States si sarebbe tenuto un incontro riservato tra alcuni imprenditori di Hong Kong e due esponenti politici americani, Il falco repubblicano Marco Rubio e il collega democratico James McGovern.

Jim McGovern e Marco Rubio

Presente, tra gli altri, “Lee Cheuk Yan, Segretario Generale della Confederazione dei sindacati di Hong Kong”, figura chiave per mobilitare le masse…

La protesta ha preso piede proprio nella ricorrenza dei 30 anni dall’eccidio di Piazza Tienanmen, che soffocò nel sangue la rivolta a sfondo libertario di migliaia di studenti cinesi.

Un evento che la Cina ha rimosso, come lo ha rimosso il mondo per decenni, quando questa era considerata un partner e non un competitore globale. Le cose son cambiate e ora ricordare quella strage è funzionale alla narrativa anti-cinese. Banalità delle dinamiche propagandistiche.

Le tenebre di Tienanmen

Tienanmen, una pagina di cronaca nera della storia cinese, ebbe tre conseguenze. Bloccò le riforme avviate da Deng Xiaoping nel ’78, che dovette passare la mano ai nazionalisti duri e puri, quelli della repressione. Chiuse la Cina al mondo per decenni, rallentandone lo sviluppo economico.

Infine, particolare spesso dimenticato ma cruciale, vanificò il tentativo di creare un’alleanza russo-cinese, che avrebbe dovuto fiorire proprio in quel frangente.

Infatti, è di quei giorni la storica visita di Mikhail Gorbacev a Pechino che avrebbe dovuto normalizzare i rapporti tra le due potenze asiatiche che, al contrario di quanto si diceva in Occidente, erano conflittuali.

La visita, iniziata sotto i migliori auspici, naufragò nel mare di sangue della repressione: Gorbacev, paladino della Glasnost e della Perestrojika (trasparenza e riforme), non poteva siglare un’alleanza con un Paese preda del comunismo più retrivo.

L’accordo, peraltro, avrebbe rafforzato l’avventura riformista di Gorbacev e l’analoga spinta riformatrice di Deng Xiaoping. Quel sangue fu dunque fatale ad ambedue, anche se il secondo poté, tre anni dopo, riprendere, a fatica, quanto iniziato.

Ricorsi storici

Quanto avvenuto allora sembra ripetersi: la rivolta di Hong Kong è scoppiata  mentre si sta concretizzando una nuova alleanza strategica tra Putin e Xi Jinping.

Certo, ad oggi è improbabile una repressione violenta come allora, ma il rischio che gli eventi precipitino, soprattutto se il livello dello scontro salirà, esiste.

Ma al di là di scenari estremi, possibili ma improbabili, resta che la rivolta si interseca con la massima pressione Usa. E vanifica la timida distensione di questi giorni, quando Xi ha chiamato Trump, per la prima volta, “amico” e questi ha procrastinato ulteriori sanzioni.

Lo scontro Usa-Cina rischia così di diventare esistenziale. Significativo, in tal senso, quanto scrive Forbes: “A gennaio, il direttore dell’intelligence nazionale ha reso pubblico il rapporto sulla valutazione delle minacce mondiali relative al 2019 e la Cina ha superato Isis”.

Il termine di paragone è aberrante, ma tale è lo scenario costruito dai falchi d’oltreoceano.

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