14 giugno 2019

Processo a Lula: golpe giudiziario in Brasile?

di Andrea Filosa

L’operazione anti corruzione Lava Jato (autolavaggio), che dal 2014 ha decapitato gran parte della vecchia classe dirigente brasiliana, parrebbe essere stata macchinata per favorire la nomina dell’attuale presidente del Brasile Jair Bolsonaro.

È quanto emerso da informazioni pervenute da fonte anonima e rese pubbliche dal giornale investigativo Intercept Brasil che, basandosi sul materiale trapelato, ha svolto un’inchiesta per svelare il dietro le quinte della “mani pulite” brasiliana.

A suscitare forti polemiche le intercettazioni emerse sul controverso ruolo di Sergio Moro durante il noto processo all’ex Capo di Stato del Brasile Luis Inacio Lula da Silva, condannato per corruzione.

Moro, attuale ministro di Giustizia del Brasile, ai tempi fu il giudice che condannò Lula a 12 anni di carcere, estromettendolo per sempre dalla vita politica.

Secondo quanto emerge dal materiale svelato, l’ex giudice federale avrebbe guidato e coordinato le indagini dei procuratori, compromettendo la propria imparzialità. Non solo, avrebbe forzato la Procura, che aveva espresso seri dubbi riguardo la colpevolezza di Lula.

Moro ha negato le accuse e criticato Intercept per non aver indicato le sue fonti ma soprattutto per aver dato spazio all’hackeraggio dei telefoni cellulari dei pubblici ministeri.

Le rivelazioni hanno avuto un forte impatto sull’opinione pubblica brasiliana, e non sono mancate manifestazioni per chiedere la scarcerazione di Lula, come avvenuto lunedì a Curitiba.

Attualmente, è in corso un’indagine sulla vicenda da parte di un gruppo di esperti del tribunale federale. Qualora venissero dimostrate macchinazioni di Moro, i provvedimenti penali attuati dall’ex giudice potrebbero essere annullati, e Lula scarcerato.

Il governo Bolsonaro

Quel che è certo è che la condanna a Lula ha spianato la strada alla presidenza di Bolsonaro; con la vittoria delle elezioni del 2018, il neo eletto presidente ha instaurato un governo di estrema destra dopo che per un decennio il governo carioca era stato appannaggio del Partito des Trabalhadores, prima con Lula poi con Dilma Rousseff.

Sono note le controverse dichiarazioni di Bolsonaro, che non ha lesinato affermazioni di stampo razzista e omofobo e sostenuto apertamente la dittatura, la pena di morte e la tortura.

Per la sua vena populista e i suoi toni estremi è stato definito il Trump brasiliano. Tra i più accaniti sostenitori di Juan Guaidò, l’autoproclamato presidente venezuelano in lotta con Maduro, vanta rapporti privilegiati con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha voluto essere presente al suo insediamento.

Ma Bolsonaro, alla testa di un’amministrazione composta da nazionalisti, militari e lobbisti, deve fronteggiare i problemi dovuti a un governo frammentato da fazioni con diversi interessi.

Oltre alle divergenze tra i militari e il gruppo nazionalista o “anti-globalizzazione”, vi è l’interesse da parte del Ministro dell’economia Paulo Guedes a mantenere buoni rapporti con i paesi arabi e soprattutto con la Cina, importante partner economico del Brasile che oggi si ritrova ai ferri corti con gli Usa.

A detta di alcuni analisti, una sfida impegnativa per Bolsonaro sarà gestire l’alleanza con gli Stati Uniti senza danneggiare le relazioni commerciali con la CIna, con cui il Brasile scambia quasi il 60% delle merci in più rispetto agli Usa.

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