11 giugno 2019

Usa: è davvero necessario il veto a Huawei?

di Andrea Filosa

La Huawei si è accordata mercoledì con la compagnia telefonica russa MTS per sviluppare reti 5G di nuova generazione. Accordo di alto valore strategico raggiunto durante la recente visita di Xi Jinping a Mosca, che ha cementato il rapporto Russia-Cina.

Mts sarà quindi uno degli operatori esteri di cui Huawei si servirà per lanciare la propria tecnologia 5G, dopo che la crociata di Donald Trump contro la società cinese ha decretato il congelamento delle relazioni commerciali con le maggiori aziende tecnologiche e compagnie di telefonia mobile occidentali.

Un colpo basso, quello di Trump, al gigante asiatico in procinto di lanciare i nuovi sistemi di rete in tutto il mondo. Ma c’è un però.

Le conseguenze del divieto in Europa

Huawei è tra i leader indiscussi al mondo per la produzione di apparecchiature necessarie allo sviluppo del 5G; secondo un rapporto della GSMA (gruppo che rappresenta gli interessi di 750 operatori mobili nel mondo), pubblicato dalla Reuters, un divieto totale dell’uso di tale rete “aggiungerebbe circa 55 miliardi di euro (62 miliardi di dollari) al costo delle reti 5G in Europa e ritarderebbe la tecnologia di circa 18 mesi”.

Il costo aggiuntivo sarebbe dovuto in buona parte alla dipendenza degli operatori europei dalla tecnologia Huawei, più a buon mercato delle alternative Samsung, Ericsson e Nokia.

Quest’ultime, oltre a sostituire le infrastrutture cinesi, dovrebbero sviluppare tecnologie 5G proprie che suppliscano a quelle della società asiatica e che siano in grado di competere con essa. Ciò richiede tempo e denaro.

L’appello di Google 

Alphabet Inc., holding company di Google, ha inoltre messo in guardia l’amministrazione Trump sui rischi che un divieto assoluto a Huawei comporterebbe alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Secondo la società americana, il blocco favorirebbe lo sviluppo di tecnologie proprie da parte della Cina, inclusi nuovi sistemi operativi in sostituzione della versione android di Google (che a causa del divieto non può essere installata negli smartphone Huawei).

E una volta disponibile, oltre a ferire il dominio di mercato da parte di Google, il nuovo sistema operativo potrebbe essere più esposto a tentativi di hacking; questo perché la versione cinese non possiederebbe tecnologie che garantiscano lo stesso livello di sicurezza di android.

È davvero necessario?

A causa del divieto, Google e altre importanti aziende e società telematiche americane hanno perso un importante partner commerciale, come confermato dal tracollo delle azioni di queste società avvenuto nei giorni immediatamente successivi al blocco.

L’appello di Google, quindi, è probabilmente motivato dall’interesse di mantenere legami con il secondo venditore di smartphone al mondo, dato che per l’azienda statunitense privare Huawei della licenza android significherebbe perdere miliardi di utenti (il blocco della vendita di tale sistema operativo alla società cinese, annunciato a suo tempo, entrerà in vigore solo a luglio).

Non c’è allora da stupirsi se l’azienda di Mountain View ha cercato di dissuadere l’amministrazione Trump, facendo a sua volta appello alla sicurezza nazionale, esattamente come ha fatto il Presidente americano per giustificare il blocco della società asiatica.

Un blocco che a quanto pare nessuno vorrebbe davvero, nemmeno tra le file dei collaboratori di Trump; in una lettera indirizzata al vicepresidente Mike Pence, il direttore dell’ufficio bilanci alla casa bianca Russel T. Vought ha chiesto di ritardare di due anni il divieto a Huawei, per consentire alle aziende americane colpite dal veto di elaborare le alternative necessarie.

Tali sviluppi ben sottolineano i disagi che deriverebbero dalla creazione di due mondi digitali ben diversi l’uno dall’altro, compreso il rischio di una guerra per la supremazia tecnologica dagli esiti incerti per l’ordine mondiale.

Anche Putin ha messo in guardia riguardo i rischi che una guerra fredda tecnologica in piena regola riserverebbero al mondo. Forse non ha torto.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page