6 giugno 2019

Portsmouth-Mosca: la guerra dei vertici paralleli

La cerimonia del D-Day a Portsmouth, presenti i più importanti leader dei Paesi occidentali, e l’incontro Putin-Xi Jinping a Mosca, avvenuti nello stesso giorno, fotografano un mondo nuovamente diviso tra Est e Ovest.

Non un ritorno Guerra Fredda, ma qualcosa di peggiore e più oscuro. La divisione di allora aveva stabilito un “ordine mondiale”, invece l’attuale produce un “disordine globale”.

Quell’ordine nasceva dalla fine di un’epoca di destabilizzazione conflittuale, iniziata con la guerra di Crimea e culminata nella Seconda Guerra mondiale (Richard Haas, Foreign affairs).

L’attuale disordine nasce invece dalla fine di un’epoca di conflittuale stabilità creata dopo la fine della Seconda Guerra mondiale dall’Impero bipolare sovietico-americano.

La narrativa di Porsmounth

Non c’era ragione per non invitare i leader di Cina e Russia alla cerimonia di Portsmouth, dato che non solo i due Stati hanno partecipato alla guerra contro il nazifascismo e l’imperialismo giapponese (spesso dimenticato), ma hanno anche pagato il prezzo più alto di tutti in quella lotta di liberazione globale: l’Unione sovietica registrò 25 milioni di vittime e la Cina tra i 20 e i 35 milioni (2° conflitto sino-giapponese poi confluito nella Seconda guerra mondiale).

L’assenza dei due leader a Portsmouth – resa ancor più inspiegabile dalla presenza della Cancelliera tedesca Angela Merkel, dato che allora la Germania era dall’altra parte – ha fatto sì che il ricordo di quella pagina eroica della guerra ne sia risultato distorto: a riportare la libertà al mondo sarebbero stati gli americani, i britannici (e colonie) e le tante forze di resistenza sparse per l’Europa. Una narrazione che riscrive la storia a beneficio di alcuni e detrimento di altri.

Ma al di là, resta il disordine attuale, generato dalla pretesa avanzata dopo il crollo del mondo sovietico, quella di un mondo egemonizzato dagli Stati Uniti. Pretesa che, scontrandosi con la realtà, ovvero con la resistenza di Paesi che rifiutano un ruolo clientelare, sta producendo l’attuale caos internazionale.

Putin, Xi e il mondo unipolare

Tra i Paesi che si oppongono a tale egemonia, i principali sono appunto Russia e Cina, che anche nell’incontro di Mosca hanno rigettato la visione di un mondo unipolare. Summit di interesse, perché consacra in via definitiva l’alleanza strategica Russia-Cina, come recita il titolo di un articolo del Washington Post: “Putin e Xi cementano un’alleanza per il 21° secolo”.

Tale alleanza può sembrare sviluppo naturale, ma così non è, stante che gli ideologi dell’America First speravano di arruolare la Russia nella loro crociata contro la Cina (La Stampa).

Putin ha rifiutato l’offerta, ben sapendo che, una volta ridimensionata drasticamente la Cina, Mosca sarebbe rimasta alla mercé degli Usa.

Putin sa benissimo che la Russia, senza una sicura sponda economica, crollerebbe all’istante, nonostante il suo apparato militare. A tal proposito, va ricordato che la Cina fu essenziale alla tenuta della Russia quando Washington e alleati iniziarono a bombardarla di sanzioni dopo la rivolta (o colpo di Stato) di piazza Maidan in Ucraina.

E oggi la Russia è essenziale alla Cina, stante che Pechino può sostenere la guerra commerciale Usa solo grazie alla sponda militare di Mosca. Nonostante possieda le atomiche, essa non ha ancora un apparato bellico tale da sostenere una vera  e propria guerra con Washington, opzione sul tavolo di alcuni dottor Stranamore (The Nation).

America First e Gendarme globale

Insieme, Russia e Cina possono sostenere la nuova sfida globale Usa, rilanciata negli ultimi mesi quando l’America First, immaginata dagli ideologi di Trump contro l’aggressività globale dei neoconservatori, è stata abbracciata da questi ultimi snaturandone la prospettiva originaria e declinandola in un rilancio dell’unipolarismo Usa (il Gendarme del mondo).

Declinazione che fa dell’America First non più un programma di sviluppo economico e geopolitico, ma una sfida esistenziale globale (uno scontro di civiltà, vedi Washington Examiner).

Il summit di Mosca ha risposto alla sfida con moderazione, come dimostra il fatto che alla conferenza stampa congiunta i due leader, nel parlare di una cooperazione a tutti i livelli, abbiano specificato i vari settori interessati (manifatturiero, tecnologico, energetico etc.), senza mai menzionare quello militare.

La porta a un accordo globale resta così aperta, nella speranza che Trump – che è più pragmatico dei suoi ideologi e spera in un nuovo ordine mondiale disegnato con Russia e Cina (Usa Today) – riesca a trovare spazi di manovra che gli consentano di aprire a tale prospettiva.

Tra i vari accordi stipulati a Mosca anche la de-dollarizzazione del commercio Russia-Cina, che sarà in valuta nazionale. Ciò ad oggi non mette a rischio il ruolo della valuta Usa nell’interscambio internazionale. Nondimeno è variabile nuova da seguire.

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