20 maggio 2019

L'Iran: la scommessa all-in di Netanyahu

netanyahu - iranSu Haaretz Chemi Shalev identifica Benjamin Netanyahu come il motore immobile dell’attuale crisi Iran-Usa. Sarebbe lui il “maggiore sospettato” in caso di guerra.

Infatti, se a costringere  Trump a questa escalation sono stati i falchi Usa, resta che a spingere questi ultimi a tale risoluzione sarebbe stato proprio il premier israeliano, che da tempo immagina tale scenario.

Per Shalev, Netanyahu spera si possa ripetere quanto avvenuto per la guerra irachena, della quale Israele fu semplice spettatore. Da qui l’ordine alle forze di sicurezza israeliane di tenere un basso profilo.

Netanyahu e la guerra in Iraq

Sempre a proposito di quella guerra, Shalev fa notare che proprio in questi giorni è riemerso da qualche nascosto archivio l’intervento reso nel 2002 da Netanyahu al  Government Reform Committee della Camera Usa.

“Netanyahu – scrive Shalev – assicurò al parlamento americano che Saddam possedeva armi nucleari o era sul punto di acquisirle, grazie a centrifughe segrete ‘non più grandi delle lavatrici’. Deporre Saddam, promise Netanyahu, avrebbe ottenuto miracoli a tutto il Medio Oriente”.

netanyahu-bush

Per Shalev quella testimonianza fu decisiva per la far decidere George W. Bush alla guerra e dimostra la tendenza di Netanyahu “a esagerare” certe minacce e a concepire “la potenza militare statunitense come risposta definitiva alle minacce rivolte contro Israele, sia che esse provengano da Baghdad sia che giungano da Teheran”.

Peraltro il premier non sembra spaventato da un’eventuale risposta di Teheran a un attacco Usa, ovvero il lancio da parte di Hezbollah di “centinaia se non migliaia di razzi […] sui centri abitati israeliani”. Evidentemente, scrive Shalev, è un prezzo che per Netanyahu “vale la pena pagare”.

Il travagliato rapporto Usa-Iran

Di interesse, nell’articolo, anche i trascorsi Iran-Usa: Dwight Eisenhower che pianifica il colpo di Stato che nel 1953 depose Mohammad Mossadeq; l’appoggio dei vari presidenti Usa al “​​regime repressivo dello scià Mohammad Reza Pahlavi”; la crisi dell’ambasciata Usa a Teheran [che pose fine alla presidenza Carter in favore di Ronald Reagan]; la decisione di Reagan di armare “fino ai denti” l’Iraq per scatenarlo contro l’Iran; l’embargo totale imposto a Teheran da Bill Clinton nel 1995; l’inclusione [ingiustificata] dell’Iran nella blacklist del Terrore nel post 11 settembre…

Trascorsi che non aiutano il dialogo. Nella tempesta, la visita a sorpresa del presidente della Confederazione svizzera Ueli Maurer negli Usa che, per Shalev, era volta a individuare un “compromesso” con Teheran.

Interpretazione fondata: va ricordato che Trump ha dato alla Svizzera il suo numero diretto per girarlo agli iraniani (Piccolenote).  Un modo per indicare a questi ultimi di contattare le autorità svizzere, come presumibilmente avvenuto. Non solo Maurer, pare che un altro contatto sia avvenuto tramite l’Oman, il cui sultano, Qabus, ha rapporti diretti con Teheran (al Monitor).

La scommessa di Netanyahu

Dialoghi sottotraccia, che si spera possano prevenire incidenti di percorso, sempre più possibili data l’aria tossica che si addensa su questa crisi. Aria di guerra.

Su tale nefasto sviluppo, secondo Shalev, Netanyahu avrebbe fatto una “scommessa all-in“, ovvero si sarebbe giocato tutto.

Tutto ciò dà alle lotte politiche che si stanno svolgendo all’interno di Israele, che vedono  Netanyahu impegnato su più fronti, una valenza più alta.

Da una parte, la formazione del governo appare più ardua di quanto il premier  immaginava dopo la vittoria elettorale: non è ancora riuscito a convincere Avigdor Lieberman e altri partiti minori ad appoggiarlo (Yedioth Ahronoth).

Dall’altra, egli sta conducendo una battaglia esistenziale contro la magistratura che, a suo dire, lo perseguita. Sperava di introdurre leggi in grado di proteggerlo, ma sta incontrando difficoltà impreviste.

Contro tale ipotesi, com’è ovvio, l’opposizione, ma anche alcuni esponenti del suo partito. Tanto che sembra pensare di soprassedere (Timesofisrael).

I due fronti di Netanyahu

Il premier israeliano è così impegnato su due fronti: quello interno, per la sua sopravvivenza politica, e quello esterno, per coronare il suo disegno di fare di Israele l’indiscussa potenza mediorientale. Da realizzarsi attraverso l’alleanza -ineguale, un po’ come i trattati tra Cina e potenze coloniali – con i Paesi sunniti e il ridimensionamento dell’Iran.

Tali battaglie si svolgono su piani distinti, ma non troppo. In passato Netanyahu ha dato prova di saper accedere a vie di compromesso. Ma la scommessa all-in sull’Iran e la lotta esistenziale interna lasciano poco spazio a tale ipotesi. Vedremo.

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