15 maggio 2019

Iran: la guerra di Bolton

Iran: la guerra di Bolton, nella foto: il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa

Il Washington Post prende posizione sulla crisi iraniana, con un editoriale che esorta il presidente Trump a riporre le pistole nella fondina per “intraprendere la via diplomatica”.

L’innalzamento delle tensioni con l’Iran può portare a una guerra o a una nuova corsa al nucleare da parte di Teheran, scrive il Wp riferendo le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt.

Le minacce crescenti dell’Iran: una Fake news

Tali pericoli – spiega il Wp – derivano dall’innalzamento della pressione dell’amministrazione Trump contro Teheran, “una politica senza un obiettivo finale evidente che quindi non ha alcun risultato positivo possibile”.

Una pressione del tutto ingiustificata, come scrivono Helene Cooper e Edward Wong sul New York Times: la motivazione ufficiale di una crescente minaccia da parte dell’Iran e dei suoi alleati regionali (hezbollah e houthi) è stata smentita dal generale britannico Chris Ghika, vice comandante della coalizione internazionale contro lo Stato islamico.

Circostanza confermata anche da una fonte Usa interpellata dal Nyt, che ha definito la crescente minaccia iraniana “poca roba”, che “non merita la pianificazione militare organizzata da John Bolton” (120mila soldati da inviare in Medio oriente).

Alti ufficiali “dell’intelligence e militari europei e statunitensi – prosegue il Nyt – spiegano che le mosse più aggressive registrate nell’ultimo anno non sono iniziate a Teheran, ma a Washington – dove John R. Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale, ha spinto il presidente Trump a stringere l’Iran in un angolo“.

L’inutile strage

Peraltro un’eventuale guerra, commenta l’editoriale del Wp, non otterrà nessuno degli obiettivi che si prefiggono (ufficialmente) i falchi Usa, ovvero il regimechange e l’azzeramento dello sviluppo nucleare iraniano, a meno di non immaginare “un’invasione militare su vasta scala“, opzione che non gode del consenso dei cittadini americani né dei Paesi europei.

A spingere un riluttante Trump in questa direzione sono anzitutto John Bolton e Mike Pompeo. Secondo il Nyt ciò sta avvenendo attraverso passaggi successivi, che rischiano di precipitare gli Usa verso un conflitto, prima ancora “che il presidente se ne accorga”.

A rendere più rischiosa la situazione la stretta connessione che l’amministrazione Usa ha posto tra l’Iran e i suoi asseriti proxy regionali, determinazione che rende Teheran responsabile delle azioni di questi ultimi.

Ciò vale non solo per hezbollah, ma anche per i ribelli houthi – che la guerra in Yemen vede opposti a Riad e Abu Dhabi – anche se i legami tra questi ultimi e Teheran sono in realtà “oscuri” (Nyt).

Tale connessione, annunciata da Bolton, “lascia aperta la possibilità che un attacco houthi all’Arabia Saudita o agli Eau […] possa scatenare un attacco militare americano contro l’Iran”, scrive ancora il Nyt.

Un casus belli che può verificarsi facilmente, dato che i ribelli yemeniti hanno più volte attaccato tali Paesi in risposta ai bombardamenti subiti (il 14 maggio, ad esempio, l’attacco a un oleodotto saudita).

Tornare alla diplomazia

“La via d’uscita è tornare alla diplomazia – conclude il Wp -, di concerto con gli alleati europei. Il presidente dovrebbe frenare i suoi assistenti falchi e intraprendere questa strada prima che sia troppo tardi”.

In effetti, è evidente a tutti che Trump sta subendo l’assertività dei falchi. Ma per liberarsi dalla loro stretta gli servono sponde: interne ed esterne.

Da qui anche l’importanza della recente visita di Pompeo in Russia, dove il Segretario di Stato Usa ha incontrato il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

Pompeo ha detto a Putin che Trump “vuole fare tutto il possibile” per ripristinare i rapporti con la Russia, “e mi ha chiesto di venire qui per comunicarlo”, invitando il presidente russo a incontrare il suo omologo americano. Putin si è detto disponibile (Reuters).

Da parte sua l’Iran si è detta pronta a ogni scenario, bellico o diplomatico, lasciando quindi aperta la porta a una risoluzione pacifica della crisi (Reuters).

In questa tempesta, le sorprendenti dichiarazioni dell’ajatollah Khamenei, guida spirituale dell’Iran: “Questo confronto non è militare perché non ci sarà nessuna guerra. Né noi né loro [gli Stati Uniti, ndr.] cerchiamo la guerra” (Timesofisrael). Ma il rischio di incidenti resta alto.

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