6 maggio 2019

La Gran Bretagna contro il Huawei-ban

di Pietro Paolo Pantarotto

Il marchio Huawei e la premier inglese Theresa May Una fuga di notizie dal consiglio di sicurezza nazionale ha portato alla luce degli accordi segreti tra il governo inglese e il gigante cinese Huawei per l’implementazione del 5G .

La notizia si inserisce nella controversa campagna americana contro il colosso dell’High tech, accusato di rappresentare un pericolo per la sicurezza dei paesi del patto atlantico.

L’allarme Huawei

Trump insiste da tempo che i centri di intelligence cinesi potrebbero essere in grado di utilizzare la rete delle telecomunicazioni di Huawei per spiare aziende e governi occidentali.

Nonostante l’azienda abbia ripetutamente negato tale possibilità, gli Stati Uniti hanno dato inizio ad una dura campagna di boicottaggio diretta principalmente ai Paesi appartenenti al “5 Eyes”, che hanno una cooperazione molto stretta a livello di intelligence (Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda).

Nonostante alcuni piccoli successi (in Australia la Huawei è stata bandita) il monito statunitense sembrerebbe avere poco seguito nei paesi dell’eurozona.

La Cina rappresenta il secondo partner commerciale dell’Europa e un eventuale allineamento alla politica di Washington per i Paesi del Vecchio Continente non avrebbe che ripercussioni negative sul piano economico.

Il voltafaccia dell’Inghilterra, lo storico e fondamentale alleato USA, rappresenta un terribile colpo per la politica di boicottaggio brandita da Washington.

Il giallo britannico

Il premier inglese Theresa May, nonostante l’ufficiosità della notizia sull’accordo con la Huawei, non ha voluto smentire.

Per adesso cerca soltanto di rassicurare l’alleato d’oltreoceano: un eventuale 5G cinese, spiega, non metterebbe a rischio la sicurezza nazionale.

La società verrebbe impiegata solamente per la realizzazione di elementi secondari della rete, non avrebbe accesso a informazioni sensibili.

La decisione di Westminster si è tinta di giallo. Aria di mistero continua ad aleggiare sulle dimissioni forzate del ministro della Difesa Gavin Williamson, accusato dalla May di aver lasciato trapelare le decisioni prese nel Consiglio di Sicurezza britannico, un organo in cui presenziano sia i ministri che i capi dei servizi di intelligence.

Williamson, che d’altro canto ha insistito sulla sua innocenza tanto da “giurarlo sulla vita dei figli”, qualora venisse trovato colpevole di aver violato l’ “Official Secret Act” (legge che punisce chi rivela informazioni di intelligence e di sicurezza nazionale) , potrebbe rischiare fino a 2 anni di prigione.

Il giallo britannico segue la decisione dell’Italia di rapportarsi in maniera non dialettica alla Cina, sia attraverso l’adesione alla Belt and Road (la nuova Via della Seta) sia non opponendosi all’espansione della Huawei nella penisola.

Xinhua e l’Italia

Sull’Agenzia cinese Xinhua i motivi per cui un accordo con tale società sarebbe necessario al nostro Paese.

Raffaele Barberio, direttore di Key4Biz, ricorda che la Cina non ha il monopolio della tecnologia 5G.

Diverse aziende europee sono in possesso di tale tecnologia, ma un eventuale accordo con queste renderebbe il processo per l’implementazione di tale rete più costoso e lento rispetto all’offerta cinese.

Per quanto riguarda possibili rischi sulla sicurezza, l’Agenzia riporta  le parole del primo ministro italiano Giuseppe Conte: “Verranno prese importanti misure di sicurezza, ma se il rischio è presente con Huawei vale allo stesso modo per qualsiasi altra compagnia”.

L’Italia dunque si è esposta, con rischio. Ma lo strappo della Gran Bretagna evidenzia che non è sola. E altri Paesi potrebbero seguire. Il contrasto americano risulta dunque indebolito, ma non ciò non esclude che possa diventare più assertivo.

Pietro Paolo Pantarotto

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