3 maggio 2019

Il NYT: no a un intervento Usa in Venezuela

Editoriale del New York Times sul Venezuela, che ripercorre le tappe della recente crisi, riferendo quanto già espresso in un articolo precedente, cioè che gli Stati Uniti erano convinti che figure chiave del Paese erano pronte a passare con l’autoproclamato presidente Juan Guaidò.

Non solo le tre figure citate pubblicamente dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, ovvero il presidente della Corte suprema, il ministro della Difesa e il capo della sebin, il servizio segreto, ma anche altre forze di governo.

A questo proposito, il Nyt cita un articolo del Wall Street Journal, il quale ha rivelato che “secondo Elliott Abrams, l’inviato speciale dell’amministrazione Usa per il Venezuela, si erano svolti colloqui segreti tra l’opposizione e alti funzionari governativi su un cambio di governo e che era stato redatto un documento ufficiale sulla transizione”.

Elliott-Abrams

Elliott Abrams

Secondo il Nyt non è chiaro perché, poi, tali personaggi non abbiano risposto alla chiamata di Guaidò. È possibile che, insicuri, si siano poi tirati indietro (tranne il capo dell’intelligence, poi destituito); com’è possibile anche che si sia trattato di una trappola di Maduro, che ha detto ai suoi uomini di fingere il tradimento per far uscire allo scoperto Guaidò e gli Usa.

Quel che è certo è che il golpe (come viene definito nel sottotitolo del Nyt) è fallito, lasciando “l’opposizione indebolita”.

Conclude il giornale della Grande Mela: “Niente di tutto questo fa ben sperare per una rapida soluzione della crisi. Ad un certo punto, Guaidó potrebbe dover considerare la possibilità di negoziare direttamente con Maduro per trovare una uscita pacifica da una situazione di stallo che sta aggravando le sofferenze che le politiche di Maduro, la corruzione e la cronica cattiva gestione hanno inflitto ai venezuelani”.

“L’intervento militare americano, ripetutamente evocato come possibilità da Trump e Pompeo, resta una pessima idea. Per quanto l’amministrazione Trump abbia investito molto nella estromissione di Maduro, un intervento diretto troverebbe scarso sostegno in una regione che conserva brutti ricordi dell’ingerenza americana e finirebbe per etichettare Guaidó come un lacchè americano”.

Forse andrebbe aggiunto che le sofferenze dei venezuelani risentono anche delle dure sanzioni inflitte da anni al Paese dagli Stati Uniti, aggravate dalle sue costanti ingerenze destabilizzanti (basti ricordare il fallito colpo di Stato ai danni di Hugo Chavez).

Ma al di là della dimenticanza, resta l’accenno al fatto che il fallito colpo di Stato palesa ancora di più che l’unica via di uscita è l’instaurazione di un dialogo tra governo e opposizione.

Il fatto che Guaidò debba convincersi in tal senso non conforta, dato che egli dipende da chi lo sponsorizza, ovvero gli ambiti Usa che spingono per un regime-change.

Va detto, che il momento per un dialogo sarebbe favorevole: se è vero che Maduro è uscito più forte dall’ultima crisi, è anche vero che è più che indebolito dall’isolamento internazionale e dalle sanzioni. Pur di uscire dall’angolo sarebbe disposto a concessioni.

Al di là, più che interessante anche il titolo di un articolo del Washington Post, che recita “Noi non lo vogliamo”: l’opposizione diffida di un intervento militare degli Stati Uniti.

Ma non sembra che i falchi Usa abbiano ammainato bandiera, anzi.

Ps. Nell’editoriale del Nyt si scrive di un eventuale “intervento americano” in Venezuela. Ricordo una conferenza stampa nella quale un uomo di cultura sudamericano si dichiarava innervosito da questa ormai normale usanza di indicare, nei media e altrove, gli Stati Uniti come America. “Anche noi siamo America”, affermava, non per orgoglio ma per precisione.

L’identificazione con l’America non aiuta Washington ad attutire il suo complesso di superiorità, evidenziato dal vantato “eccezionalismo americano” (anche qui, non statunitense), né a considerare gli altri Paesi americani altro da sé e non propria appendice.

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