30 aprile 2019

Le tenebre calano sul Venezuela

Si incendia il Venezuela: Juan Guaidò, che si è proclamato presidente, ha pubblicato un video nel quale invita i militari a sbarazzarsi di Nicolás Maduro.

Il filmato di Guaidò

Invito non nuovo, rivolto negli stessi termini a suo tempo anche dal Consigliere per la sicurezza nazionale Usa John Bolton e dal Segretario di Stato Mike Pompeo. Ma ha Forza nuova, dato che nel filmato Guaidò appare circondato da alcuni militari, accreditando dunque l’idea che alcuni reparti dell’esercito, finora fedele a Maduro, siano passati con lui.

John Bolton lo scorso 29 gennaio con il famoso appunto sui “5000 soldati”

Nel video anche Leopoldo López, esponente di spicco dell’opposizione, il quale ha affermato di esser stato liberato dagli arresti domiciliari – ai quali era costretto – da militari. La sua esibizione in pubblico vuol dunque essere dimostrazione visiva della defezione dei soldati.

Da capire se tale spaccatura sia reale: molti annunci in tal senso si sono rivelati infondati. E Caracas oggi minimizza.

I contorni di quanto sta avvenendo sono ancora vaghi: si danno informazioni di scontri, ma la loro portata non è ancora chiara. Ma anche scontri limitati possono dar modo di attivare quell’intervento militare contro Maduro minacciato più volte dagli Stati Uniti.

Tenebre premonitrici

Lo sviluppo è imprevisto. Le ultime criticità per il governo di Caracas erano stati i funesti blackout dello scorso marzo, che avevano sprofondato l’intero Paese nelle tenebre.

Scenari apocalittici che le forze anti-Maduro avevano provato a usare per accendere la miccia della rivolta popolare (1), ma senza esito. Nel mese di aprile le tensioni si erano invece allentate.

Certo, il Paese restava stretto nella morsa di una povertà dilagante, accentuata dalle sanzioni internazionali e dal sequestro dei beni stanziati presso banche internazionali (oltre 30 miliardi di dollari sarebbero stati “rubati” dai conti esteri negli ultimi due mesi, secondo le autorità di Caracas).

Ma il recente invio di aiuti sanitari da parte della Croce Rossa –  dopo analoghe iniziative di Mosca e Paesi alleati del governo sembrava annunciare una qualche svolta a livello internazionale.

Di guerra e mercenari

Tutto è andato in fumo e ora sembra aprirsi la prospettiva di una guerra, che vede protagonisti ancora una volta gli Stati Uniti.

Proprio oggi, la Reuters dà notizia che Erik Prince, fondatore della controversa agenzia di mercenari Blackwater, ha messo mano a un progetto volto a creare un esercito di 5000 uomini per sostenere Guaidò.

Coincidenza vuole che a  fine marzo Bolton si sia presentato a una conferenza stampa sulla crisi venezuelana con un plico nel quale spiccava un appunto che recava la scritta “5000 soldati in Colombia…”.

L’uso di mercenari risolverebbe diversi problemi legati all’invio di soldati regolari. Anzitutto all’America sarebbe risparmiato lo spettacolo del ritorno in patria delle bare di soldati Usa, che ha un costo politico e rischierebbe di innescare campagne per fermare la guerra.

Inoltre i mercenari possono svolgere con più agio il lavoro sporco: stragi e torture, usuali nei conflitti sudamericani, non verrebbero ascritte agli Usa.

Resta che in questi mesi molto si è detto e scritto sulle sofferenze dei venezuelani. Una guerra non le diminuirà, anzi, le accrescerà a dismisura.

Anche perché i conflitti non hanno date di scadenza. Peraltro, se conflitto sarà, rischia di aprirne altri, già latenti, in altri Paesi dell’America Latina. Scenari tenebrosi, purtroppo, ma forse ancora evitabili.

(1) Kalev Leetaru, su Forbes, in un articolo dedicato ai blackout venezuelani, ha scritto che da tempo l’apparato militare americano ha approntato piani di attacco informatico a reti idriche, elettriche e altre infrastrutture di  altri Paesi, allo scopo di favorire un regime-change.

E che l’ipotesi che tale tipo di attacco sia stato condotto in Venezuela era “realistica”. Nel riferire questo articolo, il sito mintpressnews ricordava il piano di attacco Nitro Zeus, approntato sotto l’amministrazione Bush contro l’Iran e rivelato dal New York Times nel febbraio del 2016.

Tale piano, nato per ottenere il regimechange iraniano, sarebbe stato attuato in Venezuela.

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