8 aprile

Il gioco d'azzardo di Haftar nel caos libico

haftarIl generale Kalifa Haftar attacca Tripoli, la zona di Libia fuori dal suo controllo. Nuove scosse telluriche investono il Mediterraneo e, data la sua importanza per il petrolio, il mondo.

A essere più interessata a quanto accade è l’Italia, dato che la guerra si svolge quasi ai nostri confini e la Libia ha importanza vitale per la nostra energia, oltre che per il flusso dei migranti.

Haftar e il caos libico

Attacco imprevisto, dato che a metà aprile è fissato un vertice internazionale per comporre la frattura che divide il Paese tra i fedeli di Hafar e quelli di Fayez Serraj, presidente quest’ultimo del governo di Tripoli, l’unico riconosciuto dalla Comunità internazionale.

Sarraj-Haftar

Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar

La battaglia è alle porte di Tripoli, ma le notizie che giungono dal fronte sono confuse. Gli Stati Uniti hanno ritirato il contingente militare schierato nel Paese, con mossa, anche questa, imprevista.

Complicato il puzzle libico. Dopo la catastrofica campagna della Nato che portò all’assassinio di Gheddafi e al collasso del Paese (2011), Haftar si è ritagliato un ruolo tutto suo, sostenuto anzitutto dal presidente Abel Fatah Sisi, interessato a contenere il caos libico perché non tracimasse in Egitto.

E trovando il sostegno anche dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, oltre che, in parte, di Francia e Russia.

Il solito petrolio

Diverso al Serraj, che la Comunità internazionale ha paracadutato nel Paese a capo di un governo fantasma. Accadeva con Obama, che affidò principalmente all’Italia il compito di tessere rapporti intorno al presidente di nessuno.

Oggi, sotto attacco, ha dalla sua appelli alla pace. Dalla Russia che ha dichiarato che non c’è soluzione militare al caos libico, affermazione necessitata per fugare dubbi su asseriti placet all’iniziativa del generale.

Appelli simili anche dall’Onu, Italia e Francia cui ieri si è aggiunto il monito del Segretario di Stato americano Mike Pompeo di fermare immediatamente l’offensiva.

Appelli, poco più, dato che a quanto pare ad oggi Serraj può contare solo sull’appoggio indiretto di Turchia e Qatar, che muovono le fila delle agguerrite milizie di Misurata (un governatorato a parte).

Haftar è motivato: nell’ultimo periodo ha conquistato la maggior parte dei pozzi petroliferi libici. Ma il petrolio può essere commercializzato solo dal governo di Tripoli, al quale vanno gran parte dei proventi. E quando ha provato a farlo lui, le sue navi sono state sequestrate (Sole 24 Ore).

L’Opa sulla Libia

Evidentemente il generale ha capito che era un momento favorevole per muoversi. A Washington non c’è più l’amministrazione Obama e Serraj non ha moti rapporti con la nuova.

Il ritiro delle truppe americane, peraltro, appare un tacito placet di Washington. Peraltro c’è anche chi ipotizza che sia una sorta di ritorsione verso l’Italia per l’accordo sulla Belt and Road stipulato con Pechino. Ambiti atlantisti, in effetti, sono irritati per l’asserito tradimento della Nato.

Un’irritazione di certo rafforzata dall’annuncio della visita di Putin a Roma, avvenuto il giorno prima dell’inizio dell’offensiva di Haftar.

Ma a parte queste ipotesi, che peraltro devono fare i conti con le diverse visioni all’interno dell’amministrazione Usa tra neocon e realisti, è presumibile che a  Washington non risulterebbe sgradito un ridimensionamento delle milizie di Misurata, date le criticità tra Washington e Ankara.

Ipotesi a parte, va ricordato che Putin ha rapporti migliori con Haftar (e al Sisi, che incontrerà il 9 aprile) che con Serraj. E prima di guastarli ci penserà due volte.

Da parte sua, Serraj ha accusato esplicitamente la Francia di ingerenze indebite, cosa che ha prodotto l’adesione transalpina all’appello di pace italiano.

Insomma, il generale ha reputato che la sua Opa sulla Libia, certo concordata con i sauditi nella visita a Riad di fine marzo, avrebbe incontrato poco contrasto.

E che anche una vittoria limitata gli darà comunque nuova forza al tavolo dei negoziati. Gioco d’azzardo, ma non troppo. E di incerto sviluppo, dati i tanti attori e i troppi interessi che ruotano attorno al caos libico.

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