4 aprile

Brexit: la May apre a Corbyn. Tardi, forse troppo

“Accolgo con favore l’offerta del primo ministro […] e non vedo l’ora di incontrarla più tardi oggi. E accolgo con favore la sua disponibilità al compromesso per risolvere lo stallo della Brexit“. Così Jeremy Corbyn dopo l’apertura di Theresa May ai laburisti per lavorare insieme su un Leave concordato con l’Unione europea.

Nelle parole di Corbyn la parola chiave di questo sviluppo politico, nuova tappa del tormentone britannico: “compromesso”. Esattamente quel che la May e i suoi sostenitori hanno evitato finora, tentando di far approvare al Parlamento accordi con la Ue concordati dal solo governo.

Con esiti disastrosi, stante che era ovvio che i numeri non ci fossero, dati i tanti fautori di una hard Brexit, cioè non concordata, annidati nel partito conservatore.

Un’inversione di rotta che quindi è anche una conversione politica, anzi alla politica, stante che essa vive di compromesso, parola avversata da tanti ambiti politici, culturali e finanziari di potere, che l’hanno resa sinonimo di fragilità e fraudolenza.

In realtà il compromesso può certo avere tali caratteristiche, ma può anche essere alto e forte. E la predisposizione al compromesso può evitare scontri frontali e laceranti, quelli che hanno precipitato il Parlamento inglese nella bufera.

MAY-CORBYN

La May è arrivata a questo approdo più o meno obbligato come ultima ratio. Dopo averle tentate tutte, compresa l’offerta della sua stessa testa: aveva cioè proposto ai duri del suo partito le sue dimissioni in cambio del voto favorevole, di fatto consegnando loro il futuro del Paese.

Mossa quest’ultima disperata e vana:  è arrivata troppo tardi, quando ormai la sua testa non vale più nulla, stante che i suoi avversari interni, dopo aver affondato tutti gli accordi raggiunti finora, stanno pregustando la vittoria.

Il tempo gioca a loro favore, gli basta perseverare su questa strada fino ad arrivare alla data fatidica, quel 12 aprile ad oggi fissato come termine ultimo per trovare una via di uscita consensuale dall’Unione.

Ora la mossa a sorpresa, peraltro a lungo auspicata dal leader laburista. L’unica soluzione possibile, come ovvio da tempo. Ma arriva, anche qui, tardiva.

Ci sono due accordi da fare in tempi più che ristretti: uno tra laburisti e conservatori che possa essere votato dalla maggioranza dei parlamentari dei due partiti – anche Corbyn ha la sua fronda interna – e l’altro con la Ue.

Due intese in così poco tempo sarà difficile. Servirebbe, se l’impresa vuole avere successo, più tempo, ma dalla Ue si sono levate voci contrarie a prorogare la scadenza del 12 aprile.

L’apertura della May ha suscitato un vespaio. Dal suo partito si sono levate voci di esecrazione per l’eventuale patto col “marxista e antisemita” Corbyn.

Fuoco di sbarramento anche da parte del primo ministro scozzese, Nicole Sturgeon, che dopo aver incontrato la May e Corbyn ha messo in guardia contro un “cattivo compromesso“.

Cenno che indica il complesso intreccio di interessi in gioco, dato che la Sturgeon, a capo degli indipendentisti scozzesi, ha anche preoccupazioni locali: il suo partito ha stravinto in quello che un tempo era un feudo dei laburisti. Se l’accordo riuscisse grazie a Corbyn la tendenza scozzese potrebbe invertirsi.

Ma impressiona anche il video del tiro a segno di alcuni soldati britannici contro l’effige del leader laburista, avvenuto subito dopo l’apertura della May. Clima avvelenato. Non aiuta.

L’hard Brexit incombe. E suscita previsioni catastrofiche. Cosa usuale e che segue un filone nato prima ancora che si svolgesse il referendum sul Leave, narrazione funesta che ha anche la funzione di evitare l’evento.

Una Brexit dura cambierebbe il mondo, certo, dato che sancirebbe in modo brutale la fine della feroce globalizzazione attuale. Ma il futuro è tutto da scoprire.

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