3 aprile 2019

Netanyahu da Putin con le elezioni più facili alle porte

PUTIN-NETANIAHUGiovedì Benjamin Netanyahu va da Vladimir Putin. Viaggio che avviene a soli cinque giorni dalle elezioni israeliane.

Lunedì scorso era da Trump, visita nella quale si è visto regalare il Golan ma funestata da una nuova crisi a Gaza, che lo ha costretto a tornare di corsa in patria rinunciando alla passerella dell’Aipac, dove contava sull’unanime ovazione.

Da qui la necessità di un rilancio russo. Il premier è in fibrillazione. Si sta giocando la partita decisiva: se perde, oltre allo smacco politico, rischia le forche caudine, date le inchieste che lo inseguono, che conta di contrastare con la rielezione.

Ma se l’esito del voto fino a poco fa lo preoccupava, ora appare più rilassato, come denota il ritrovato attivismo estero. Ciò perché i sondaggi danno il suo partito ormai appaiato a quello del suo diretto rivale, Benny Gantz, che sembrava potesse portargli via lo scettro.

D’altronde sono stati davvero tanti gli inciampi sulla strada dell’ex generale: alla sua fermezza non estremista riguardo palestinesi e iraniani, che gli allontana le simpatie di tanti in Israele, si sono aggiunte varie disavventure.

Dapprima l’hackeraggio del suo cellulare; poi la propalazione di conversazioni private, pare ad opera di qualche talpa interna al suo partito; infine le minacce, che lo hanno costretto a ricorrere a una scorta (con danno di immagine, dal momento che ciò lo rende meno affidabile dal punto di vista della “sicurezza” del Paese).

Disgrazie che hanno rinvigorito le speranze di vittoria di Netanyahu. Che sta sfoggiando agli elettori i suoi rapporti internazionali, compreso il primo ministro brasiliano, che presenta come sodale, il quale apre a Israele la porta del Sud America.

Ma anche i nuovi rapporti col mondo arabo, dato che, pur contestando la cessione del Golan, i Paesi sunniti stanno cercando di impostare nuovi rapporti con l’antico rivale.

Netanyahu vuol mostrare che ha reso Israele una potenza globale che può parlare alla pari con le potenze del mondo. Un nuovo ruolo che altri al suo posto ridimensionerebbero.

Una proiezione globale che oblia il Vecchio Continente: Netanyahu, infatti, si accontenta dei rapporti – mai così stretti – con la sola Europa dell’Est, i cosiddetti Paesi di Visegrad.

Certo, la Vecchia Europa in questi anni non ha mancato di marcare distanze da certe sue politiche, dagli insediamenti ai rapporti con l’Iran (Germania, Francia e Gran Bretagna hanno conservato il trattato sul nucleare stipulato con Teheran, avversato dal premier israeliano).

Ma è pur vero che la Ue ha ormai un ruolo marginale in Medio oriente, come mai accaduto finora. Conseguenza anche di quella sua germanizzazione che l’ha distaccata dal Mediterraneo rendendola a vocazione continentale (e quindi meno rilevante per il mondo).

La visita di Netantayhu a Mosca ha anche altro scopo. Serve a chiarire in modo inequivocabile che l’incidente di percorso causato dall’abbattimento di un aereo russo in Siria appartiene al passato.

L’incidente, attribuito da Mosca alle manovre spericolate di jet israeliani intenti a bombardare Damasco, aveva gelato i rapporti tra i due Stati. Da qui la necessità di mostrare un rinnovato rapporto, indispensabile ora che Mosca è tornata in Medio Oriente.

Restano, certo, distanze tra i due, sull’Iran e su altro. Ma il futuro è tutto da scrivere. L’eventuale nuovo mandato di Netanyahu potrebbe rilanciarne l’assertività anti-iraniana (in modo anche catastrofico), ma potrebbe anche sortirne un qualche tacito accordo, ché la pace (o lo stallo) regionale potrebbe permettergli di consolidare la proiezione globale del suo Paese. Vedremo

Ps. Quanto a Gantz, forse non ha giocato a suo favore il fatto di presentarsi subito come investito del ruolo di primo ministro.

Se nell’immediato gli ha attirato ampi consensi, dal momento che la sua vittoria prometteva di sbloccare il “sistema” creatosi nella lunghissima premiership di Netanyahu, ha successivamente suscitato il timore di perdere quanto con essa acquisito. Paura sulla quale il premier ha giocato con usata scaltrezza.

Resta che se anche Gantz uscisse ridimensionato dalle elezioni, può ancora avere un peso sul futuro di Israele, sempre se saprà adattarsi a un nuovo ruolo.

Detto questo al generale va riconosciuto il merito di aver reintrodotto con forza in una competizione elettorale israeliana la variabile “speranza”. E la speranza, per fortuna, o per grazia (per usare una parola cara anche all’ebraismo), è l’ultima a morire.

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