21 marzo 2019

Gli Usa, l'egemonia delle risorse energetiche e il Venezuela

di Matteo Guenci

Gli Stati uniti stanno prepotentemente correndo per ottenere il primato di maggior esportatore di petrolio grezzo al mondo. Entro il 2024, secondo la International Energy Agency (IEA), dati riportati da Fortune, il 70% dello sviluppo del mercato petrolifero sarà appannaggio di Washington.

Sembra che Russia e Arabia Saudita, esportatori rispettivamente di più di 8 e 9 milioni di barili al giorno, dovranno presto affrontare una grande minaccia in termini di concorrenza per la distribuzione del petrolio. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno toccato un picco di esportazioni di 3.2 milioni di barili di petrolio al giorno, dato che appare in crescita.

Energia e geopolitica

L’apice dell’esportazione petrolifera statunitense è stato raggiunto nel febbraio scorso, mese in cui sono stati commercializzati 3.6 milioni di barili al giorno.

Da notare come ciò è avvenuto in concomitanza con il durissimo colpo che gli Usa hanno inferto al Venezuela, varando sanzioni contro la compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela, i cui fondi, depositati negli Stati uniti – circa 7 miliardi di dollari – sono stati peraltro congelati.

La tempistica della crescita della produzione Usa non appare casuale. Sembra cioè che le sanzioni abbiano avuto come effetto la vendita del petrolio Usa a parte dei clienti di Caracas rimasti a secco (presumibilmente in America latina, mercato importante per il Venezuela).

Nuove tecniche di produzione

Ma al di là del particolare, l’incombente predominanza degli Stati Uniti sul mercato petrolifero deriva anche dalla crescita della produzione di “shale oil” tramite il processo noto come “fracking”.

Tale tecnica si basa sull’uso di liquidi ad alta pressione che vengono impiegati per rompere formazioni rocciose situate in profondità, così da rendere estraibile il petrolio.

Con questo procedimento nel 2010 si ottenevano circa 1 milione di barili d’oro nero al giorno, mentre oggi la cifra è salita a 7.

Tale tecnica, dimostrandosi efficiente su larga scala, ha favorito l’entrata in gioco di grandi società petrolifere come Exxon Mobil e Chevron. Quest’ultima, riporta il Wall Street Journal, ha già pianificato di raddoppiare la produzione.

Riguardo il sempre più grande utilizzo di questo procedimento, il direttore esecutivo della IEA Fatih Birol ha dichiarato su Fortune che “gli Stati Uniti rappresenteranno il 70% dell’aumento della produzione globale di petrolio e circa il 75% dell’espansione nel commercio di gas naturale liquefatto nei prossimi cinque anni. Ciò sconvolgerà i flussi commerciali internazionali di petrolio e gas, con profonde implicazioni per la geopolitica dell’energia”.

Un mercato da conquistare

Alcune di queste implicazioni non lasciano molto spazio all’immaginazione. Nello scacchiere del mercato energetico la nuova mossa degli Stati Uniti, riporta Fortune, è già arrivata: aumentare le pressioni contro la costruzione del gasdotto russo-tedesco noto come North Stream 2.

L’oleodotto passerà sotto il mar Baltico, collegando direttamente San Pietroburgo e Greifswald, nella Germania nordorientale. Berlino potrebbe quindi raddoppiare la quantità di gas naturale che importa dalla Russia, dalla quale già importa il 40% del suo fabbisogno.

L’amministrazione Trump, secondo il Wall Street Journal, sta preparando una dura presa di posizione contro la costruzione di tale gasdotto. Più che probabile l’arrivo di sanzioni. La motivazione sta senza dubbio nell’intreccio tra problemi geopolitici e concorrenza per la vendita del gas naturale.

Gli Stati Uniti, infatti, considerano il progetto russo-tedesco come un supporto economico da parte dell’Ue alla Russia, in violazione, oltretutto, alle sanzioni imposte a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.

Oltre a ciò risulta chiaro come la realizzazione di tale gasdotto rappresenta, per Washington, una minaccia al commercio della sua produzione energetica.

Se si considera che i tre maggiori produttori di gas naturale sono, secondo il Cact World Factbook, Stati Uniti, Russia e Iran è facile intravedere i conflitti d’interesse impliciti nella questione.

Ostacolando l’Iran tramite sanzioni e riducendo le vendite della Russia, gli Usa potrebbero arrivare ad avere il monopolio del mercato energetico occidentale.

Gli interessi petroliferi e si intrecciano inestricabilmente con la geopolitica: Venezuela docet.

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