26 febbraio 2019

Palestina: quando l'acqua potabile è un lusso

Nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania l’acqua potabile è un “lusso” come titola un’inchiesta di Amira Haas, che alla disastrata situazione idrica in cui versano i palestinesi ha dedicato tre articoli su Haaretz.

Cisgiordania

A causa del conflitto israelo-palestinese gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania hanno difficoltà, nei casi migliori, ad usufruire di acqua potabile, scrive la Haas.

Da decenni il Giordano è sotto il controllo di Tel Aviv, che ne devia gran parte del flusso nel complesso sistema idrico chiamato National Water Carrier, situato in territorio israeliano.

Israele, che ha il controllo amministrativo del 60% della Cisgiordania, proibisce ai palestinesi di collegarsi all’infrastruttura idrica, che pure s’irradia dal Giordano.

Di conseguenza essi si trovano a dover comprare l’acqua, che proviene dal proprio territorio, dallo Stato israeliano.

C’è stato un tentativo di cercare una soluzione al problema, con un esperimento realizzato in “12 villaggi” palestinesi situati sulle colline di Hebron.

Lo ricorda Haas su Haaretz, che racconta come alcuni volontari, grazie a contributi europei, hanno costruito una rete idrica finalizzata a portare acqua agli abitanti di questi villaggi.

Tutto ciò è però finito quando, il 13 febbraio scorso, l’Amministrazione civile israeliana ha smantellato tutto, riportando la situazione allo status quo precedente.

Gaza

Per quanto riguarda i residenti della Striscia, circa 2 milioni, essi sono costretti ad adeguarsi alla stessa quantità d’acqua che la falda acquifera locale offriva nel 1948, quando gli abitanti erano solo 80.000.

Ci sarebbe una soluzione “immediata”, che poi “è la più semplice”, scrive ancora la Haas, ovvero “portare grandi quantità di acqua da Israele” a Gaza.

Ma c’è un problema non di matrice logistica da risolvere, fa notare la cronista israeliana, “cioè l’atteggiamento di Israele nei confronti della Striscia di Gaza come entità separata con un apparato idrico autonomo”.

Un atteggiamento che impedisce questa soluzione tanto semplice e immediata.

“Ad oggi appena il 3% dei pozzi di acqua potabile di Gaza sono adatti al consumo umano” scrive Sandy Tolan su Al Jazeera.

Ciò a causa degli elevati livelli di salinità e dei nitrati provenienti dall’acqua malamente desalinizzata che, come se non bastasse, è anche soggetta a una forte contaminazione fecale.

Infatti, l’insufficiente sistema fognario della Striscia fa sì che ogni giorno milioni di litri di liquami si riversino nelle acque adiacenti.

Uno studio della Rand Corporation ha rilevato che l’acqua impura è una delle principali cause di mortalità infantile a Gaza.

Il tasso di bambini affetti da malattie come gastroenterite, patologie renali e cancro pediatrico e altre legate alla malnutrizione sta crescendo esponenzialmente.

Gregor von Medeazza, specialista di servizi igienico-sanitari dell’UNICEF, spiega la pericolosità dei batteri di escherichia coli, i quali possono causare danni enormi se lasciati proliferare a lungo in acqua, come accade appunto a Gaza.

Ciò può portare alla diarrea cronica, la seconda causa di morte infantile al mondo. Un altro possibile esito di questa situazione, scrive ancora von Medeazza, riguarda possibili deficit di “sviluppo” del cervello con conseguenze anche “sul QI” dei bambini.

Scrive Sandy Tolan: “Ora, a parte le centinaia di morti per razzi, missili e proiettili nelle ultime tre guerre di Gaza, i bambini qui si ammalano e muoiono a causa dell’acqua inquinata e delle malattie infettive che ne derivano”.

L’acqua e l’embargo

La situazione è aggravata dall’embargo imposto da Israele sui rifornimenti necessari a risollevare parzialmente la situazione idrica e igienico-sanitaria che, come avvertono organizzazioni umanitarie e Nazioni unite, entro il 2020 potrebbe rendere la zona della Striscia inabitabile.

A riconferma di ciò uno studio pubblicato oggi su Yediot Ahronot, che ipotizza una concreta possibilità di epidemie nella Striscia, she potrebbero diffondersi e contagiare anche i cittadini israeliani.

Forse anche per questo, scrive Tolan, pare stia emergendo un consenso generale tra autorità palestinesi, israeliane, Nazioni unite e donatori internazionali per costruire una rete di grandi impianti di desalinizzazione e depurazione nella Striscia.

Ma tutto è ancora in alto mare, E i bambini di Gaza continuano a morire.

                                                                                                                Matteo Guenci – DM

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