5 febbraio

Iraq: la prepotenza Usa suscita proteste

L’intervista alla Cbs nella quale Trump ha affermato di voler usare le basi in Iraq per “sorvegliare l’Iran” ha acceso controversie.

Proteste in Iraq

Dura la critica del presidente iracheno, Barham Salih, il quale ha affermato che “gli Stati Uniti non hanno mai chiesto il permesso per una missione più ampia che non la lotta contro lo Stato islamico (Isis)”.

Né, ha aggiunto Salih, l’Iraq può permettere che il suo territorio venga usato come “base per un conflitto”.

“Parlare delle basi militari statunitensi in Iraq per un conflitto complica le relazioni con i paesi vicini”, ha ribadito il primo ministro iracheno Haider al-Abadi, aggiungendo che l’iniziativa americana mina anche l’indipendenza dell’Iraq.

Le parole del presidente americano gettano benzina sul fuoco, dato che la sua visita a sorpresa alle truppe americane in Iraq dello scorso dicembre aveva già suscitato reazioni.

“Trump deve conoscere i suoi limiti. L’occupazione americana in Iraq è finita“, aveva dichiarato allora il primo ministro Abadi. Parole come macigni, che evidenziano un malessere diffuso.

Base USA in Iraq

Da maggio, data di insediamento del nuovo parlamento iracheno, il Paese si interroga sulla permanenza di truppe Usa nel suo territorio. Diverse e importanti forza politiche reputano sia ora che l’Us Army faccia ritorno a casa.

Una polemica che si intreccia con quella riguardante i rapporti con l’Iran, che ha intessuto nuove relazioni con l’Iraq. Invano Washington ha chiesto a Baghdad di aderire alle sanzioni contro Teheran e di evitare di comprarne il petrolio.

La visita in Russia

La nuova polemica pone ulteriori criticità. Le truppe americane sono ormai presenza indebita, residuo di un’occupazione che dura da tempo.

Peraltro, giustificata per anni come deterrente anti-terrorismo, la presenza militare americana è stata del tutto inutile a bloccare l’avanzata dell’Isis, che ha rischiato di travolgere Baghdad.

Un’eventualità disastrosa per il Paese arabo e per il mondo intero, contrastata con successo solo dopo l’invio di miliziani da parte di Teheran.

Una mossa difensiva, quella iraniana, dal momento che l’Isis puntava ai suoi confini, ma che ha posto le basi di un nuovo rapporto, non più conflittuale, tra i due Paesi, da tempo su sponde avverse.

La controversia sulla presenza americana in Iraq è destinata a crescere di intensità.

Non solo l’Iran: il tentativo iracheno di smarcarsi dall’influenza americana iniziata con la guerra contro Saddam è evidenziato anche dalla recente visita del ministro degli Esteri di Baghdad, Mohamed Ali Alhakim, a Mosca, il quale ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono “strategiche”.

Nel corso della visita, che ha rafforzato rapporti pregressi tra i due Paesi e aperto nuove prospettive, anche la promessa dell’inviato iracheno di sostenere il reintegro della Siria nella Lega araba.

Reintegro del quale peraltro si inizia a parlare in diversi ambiti arabi (a fine gennaio l’apertura  del ministro degli Esteri del Marocco Nasser Bourita) e che, al di là del suo arduo esito, rende l’idea dello scacco definitivo del regime-change siriano. Iraq, Siria: todo cambia.

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