5 febbraio

La guerra geopolitica del Venezuela

Interessante articolo del New York Times sul Venezuela, preda di una crisi politica, umanitaria, ma anche, e soprattutto, geopolitica.

Da una parte gli Stati Uniti e suoi alleati, dall’altra Russia e Cina, che hanno investito miliardi di dollari nel Paese e rischiano di perderli, cosa che certo non dispiacerebbe a Washington.

Secondo il NYT gli Stati Uniti non si sono mossi per il petrolio: il Venezuela ha le riserve più importanti del mondo, certo, ma gli Usa ne utilizzano da tempo, con ovvio lucro.

Motivi inconfessabili

Cenno che però contrasta con quanto riporta l’articolo, che nota come il senatore Marco Rubio e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton in altra parte “si sono vantati che una presidenza di Guaidó [l’oppositore di Maduro, ndr.] comporterebbe un guadagno per le compagnie petrolifere degli Stati Uniti“.

Ma al di là del petrolio, è indubbio che gli Usa con tale mossa intendano “riprendere le redini” del loro “cortile” di casa.

Riprendersi l’America Latina, tranciando i legami stabilitisi nel tempo tra questa, la Cina e la Russia.

Da questo punto di vista, spiega il NYT, il Venezuela ha un valore simbolico, dato che la rivoluzione di Chavez fu il primo atto di insubordinazione agli Usa.

Non solo, la sua caduta metterebbe in seria crisi Cuba, l’altro storico antagonista di Washington, che resiste all’embargo statunitense in forza dell’aiuto di Caracas.

Di certo, secondo il NYT, la mossa statunitense non è dettata da motivazioni “democratiche”. A dimostrarlo è la linea politica seguita finora dall’amministrazione Trump sull’America Latina.

Il NYT ricorda il “pieno sostegno Usa a Juan Orlando Hernández, il quale “ha rubato le elezioni nel 2017″ diventando presidente dell’Honduras.

“Allo stesso modo, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha appoggiato tacitamente il presidente del Guatemala, Jimmy Morales, mentre ha annullato una commissione anticorruzione, guidata dalle Nazioni Unite, Cicig, in una mossa considerata universalmente antidemocratica”.

Infine, scrive il NYT, “chiunque affermi di promuovere la democrazia e i diritti umani condannerebbe la nomina di Elliott Abrams come inviato speciale in Venezuela. Il suo coinvolgimento nelle operazioni segrete e il sostegno agli squadroni della morte in America Centrale negli anni ’80 è stato ben documentato”.

Quando gli elefanti combattono

Insomma, lo scontro venezuelano è geopolitico. E “quando gli elefanti combattono è l’erba a soffrire”: è un proverbio africano citato a proposito nell’articolo, dato il destino attuale del popolo venezuelano.

Washington ha fretta di chiudere la partita, perché ogni giorno che passa, scrive The Economist, dà a Cina e Russia tempo “per cercare un risultato che non li escluda completamente dal Venezuela o dalla regione”.

Da qui il martellamento quotidiano. Secondo il quotidiano della Grande Mela una delle possibili soluzioni può passare attraverso la via delle elezioni, che Maduro ha offerto e Guaidò respinto.

Se vero che quella di Maduro in altri momenti avrebbe potuto essere una mossa  strumentale, per il NYT oggi non è più così.

A scongiurare tale eventualità, il fatto che il Venezuela è ormai al centro dell’attenzione internazionale: non sarebbe possibile truccare il voto.

E un nuovo Parlamento, con poteri reali, creerebbe una alternativa al potere presidenziale di Maduro, facendo imboccare al Paese la via di una transizione pacifica.

Ciò che il NYT non rileva, è che alle elezioni voterebbero tutti, anche i sostenitori di Maduro. Che pochi non sono, come dimostrano le manifestazioni di massa che i media occidentali non mostrano.

La narrazione, usuale nei regime-change, che vede un popolo intero insorgere contro il dittatore perderebbe forza.

E c’è il rischio che al nuovo Parlamento non ci siano solo le opposizioni, ma anche i loro antagonisti, che le pressioni americane stanno compattando.

Gli Stati Uniti non avrebbero campo libero sulla colonia, con rischi per la spartizione del bottino di guerra (petrolio).

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