4 febbraio

Il ritiro Usa dall'Afghanistan chiude la guerra infinita

La decisione di Trump di ritirare le truppe dall’Afghanistan sta facendo discutere negli Stati Uniti.

Ma, nonostante le critiche, vede sviluppi. Delegati Usa e Talebani, che da tempo stanno dialogando in Qatar, sembra abbiano trovato una prima intesa.

L’annuncio e le convergenze parallele

C’è un’intesa iniziale, che ha visto gli Stati Uniti annunciare ufficialmente il ritiro dal Paese asiatico.

Certo, tutto è ancora incerto, ma tanti ritengono che qualcosa è cambiato da quando Obama fece un simile annuncio per poi tornare sui suoi passi.

La retromarcia Usa è accompagnata da spinte parallele e convergenti. L’Agenzia turca Anadolu riferisce delle “pressioni del Pakistan sui Talebani in favore di un dialogo col governo afghano”.

Il Pakistan, a sua volta, è legato alla Cina, che il 31 gennaio ha ospitato l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, mediatore del dialogo afghano.

Né è un mistero che anche la Russia si sia messa in gioco, e non da oggi, per favorire una soluzione della crisi.

È il destino dell’Afghanistan: Paese chiave del Grande Gioco asiatico (definizione di Kipling), che  vede appunto incrociarsi spinte e contro-spinte dei tanti Paesi confinanti.

Tale destino in passato ha acuito la conflittualità: da quando l’Urss invase il Paese, nel 1979, scontrandosi con i mujiahidin (al Qaeda), sono 40 anni che l’Afghanistan non ha pace.

Oggi tali spinte potrebbero favorire un’evoluzione positiva degli eventi.

Afghanistan, il ritiro simbolico

Il primo febbraio l’intervista di Zabihullah Mujahidh all’Agenzia France Press, nella quale il leader talebano ha affermato che Trump sembra stia facendo sul “serio”.

In effetti, Trump è determinato. E al contrario di quanto accadde per il Vietnam, dove il ritiro fu una catastrofe politica per il presidente in carica, il ripiegamento afghano, se ci sarà, sarà nel segno di una vittoria del presidente.

Una vittoria su neocon e liberal (vedi Hillary Clinton), che hanno voluto e vogliono il prolungamento indefinito dell’intervento Usa, che dura ormai da 17 anni.

La mossa di Trump è contrastata anche perché ha valore simbolico: suona come la fine della proiezione dell’America come gendarme globale.

Non solo neocon e liberal. Anche il magmatico ambito del Terrore è percorso da nuovo nervosismo. Nell’ultimo mese l’Afghanistan ha visto un’escalation di attentati: 1700 le vittime.

D’altronde tali forze oscure sanno bene che un ritorno alla stabilità ridimensionerebbe il brodo di coltura che le alimenta e ne ridurrebbe gli ambiti di manovra.

Il ritiro americano dal Paese asiatico è in linea con le promesse fatte da Trump durante la campagna elettorale, volte a “contenere l’avventurismo militare” Usa. Così l’editoriale del New York Times di oggi.

La guerra globale infinita e indefinita al Terrore internazionale, spiega il quotidiano della Grande Mela, si è rivelata un fallimento.

“Dobbiamo riconoscere – scrive il NYT – che la guerra condotta all’estero non è un antidoto al terrorismo globale. Infatti, il numero di gruppi terroristici di ispirazione islamica dal 2001 è cresciuto in tutto il mondo, spesso in risposta all’intervento militare americano“.

Il Terrore, aggiunge il quotidiano, si combatte “con l’intelligence e il contrasto, la diplomazia e lo sviluppo – non con una guerra senza scopo o fine“.

Il ridimensionamento del dispiegamento militare statunitense nel mondo (80 le nazioni interessate) “deve iniziare da dove tutto è cominciato: l’Afghanistan”.

La fine della guerra afghana segna l’inizio della fine della guerra infinita.

Ps. Interessante anche il cenno del New York Times sulla produzione di oppio in Afghanistan: “La coltivazione del papavero è aumentata di quattro volte rispetto al 2002″… Droga, terrorismo, guerra: intreccio inestricabile.

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