31 gennaio 2019

Venezuela: non è una lotta per la democrazia

Venezuela, povertàSulla crisi del Venezuela un intelligente articolo del Washington Post a firma di Federico Finchelstein Pablo Piccato, due storici alieni da simpatie chaviste e pubblicato sul giornale cui fanno riferimento i repubblicani.

Trump, scrive il Wp, ha “scelto una parte” nello scontro tra Juan Guaidò, proclamatosi presidente ad interim, e Nicolas Maduro, dichiarato illegittimo da tanti.

Certo, il sostegno internazionale rafforza Guaidò, ma “la decisione di Trump di inserirsi in una lotta per la democrazia […] non aiuterà né il Venezuela né gli Stati Uniti”.

Il Venezuela e il riflesso interventista Usa

Il Wp ricorda le ingerenze indebite degli Usa nel XIX secolo in America Latina, con “attacchi militari diretti, operazioni segrete (spesso coinvolgendo la CIA) e aiuti a politici che aspiravano al potere”.

“Con la nomina di Elliott Abrams come punto di riferimento in Venezuela – prosegue il Wp -,  l’amministrazione Trump abbraccia questa storia di interventi”.

Abrams, ricorda il Wp, al tempo di Reagan è stato “al centro di operazioni degli Stati Uniti che hanno causato violazioni dei diritti umani in America centrale. È stato anche condannato per aver mentito al Congresso nelle indagini contro Iran”.

E aggiunge: “Le minacce di Trump di invadere il Venezuela, insieme alla nomina di Abrams, dimostrano che, sebbene abbia rifiutato l’idea di esportare la democrazia e l’avventurismo militare, Trump non è stato in grado di resistere al riflesso interventista“.

“[…] Questo riflesso, basato sull’idea che l’emisfero è ancora posto sotto l’egemonia statunitense e che le Forze armate Usa possono ‘insegnare la democrazia’ a Paesi minori, ha caratterizzato la lunga storia delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina”.

A tal proposito, il Wp ricorda quando nel 2002  George W. Bush “usando i servizi di Abrams, sostenne un colpo di Stato fallito contro l’allora presidente Hugo Chávez […] consolidatosi al potere come eroe anti-imperialista”.

PinochetScenari

Tre le ipotesi di sviluppo suggerite dagli storici. Una vittoriosa repressione di Maduro, anche se improbabile data la forza degli avversari; oppure un avvicendamento di Maduro con altra figura che ne seguirebbe le orme (vedi Zimbabwe con Mnangagwa al posto di Mugabe).

La terza opzione, che “si è aperta con l’ingresso degli Stati Uniti nella mischia”, è un intervento militare statunitense.

“Per il governo Maduro – continua il Wp – le minacce di Washington e il  riconoscimento di Guaidó sono un dono prezioso: gli consentono di rivendicare una rinnovata legittimità e di consolidare il sostegno delle Forze armate di fronte alla minaccia esterna”.

Un contesto pericoloso, dove “Jair Bolsonaro in Brasile e altri autoproclamati seguaci di Trump in America Latina” possono riportare l’America latina agli “anni della Guerra Fredda, quando regimi autoritari minarono lo stato di diritto e violarono i diritti umani con l’appoggio e il sostegno degli Stati Uniti”.

L’opzione trattativa

C’è un’altra possibilità: una trattativa condotta da Paesi che riconoscano la legittimità di Maduro, come Messico e Uruguay, e che quindi hanno possibilità di mediare tra le parti “sospendendo il giudizio” sul regime.

Tale negoziato impedirebbe “sia una guerra civile che un intervento straniero”. Esperienze simili sono andate a buon fine, come gli “accordi di Esquipulas“, che negli anni ’80 “contribuirono a guidare il processo di pace in El Salvador, Guatemala e Nicaragua”.

Accordi favoriti dall’iniziativa Contadora, che vedeva Colombia, Messico, Panama e Venezuela, come mediatori.

Ma per il Wp l’intervento Usa o dei suoi alleati può diventare realtà: rafforzerebbe l’immagine” di Trump come leader “forte” in vista delle elezioni del 2020.

La crisi venezuelana sta “diventando un conflitto con implicazioni globali: il populismo estremista di destra e il suo interventismo autoritario contro i resti dittatoriali del regime di Chavez. Se la democrazia ha spazio in questa battaglia si deve ancora vedere“, conclude il Wp.

Maduro ha aperto a elezioni, ma non sul Presidente. Guaidò per ora ha scelto la piazza, rifiutando la trattativa. Si va allo scontro.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page