17 gennaio

Mambij: la bomba dell'Isis sul ritiro Usa dalla Siria

L'esplosione di MambijQuattro i soldati morti nell’attentato di Mambij (Siria) rivendicato dall’Isis, coinciso con l’attacco di un commando in un complesso turistico di Nairobi, che ha fatto 21 morti.

Mambij e il ritiro Usa dalla Siria

L’ondata di Terrore serve a smentire le dichiarazioni di Trump, che ha giustificato il ritiro delle truppe americane dalla Siria con la sconfitta dell’Isis.

Inviata a contrastare il Terrore (motivazione ufficiale), l’Us Army poteva dunque iniziare a smobilitare, come sembra stia accadendo. Così, di fatto, la strage siriana serve, paradossalmente, a frenare tale sviluppo.

D’altronde era ovvio che avesse come conseguenza di rafforzare quanti stanno criticando la scelta del presidente Usa. Un’ovvietà che non poteva certo sfuggire ai fini strateghi del Terrore.

I motivi della loro predilezione per il prolungamento della presenza americana sono tanti, tra cui trova certo posto la considerazione che nelle aree tornate sotto il controllo siriano (con supervisione russa) l’Isis è stato di fatto eradicato, al contrario di quanto accade nella zona sotto tutela Usa.

D’altronde non è un mistero che l’Isis sia ferocemente anti-sciita e che la presenza Usa in Siria serva soprattutto a contenere l’influenza degli sciiti-iraniani nella regione.

Da qui la possibilità di convergenze parallele, simili a quelle che hanno dato frutti inconfessabili in Yemen, dove una inchiesta dell’Associated Press ha rivelato segrete alleanze tra Terrore e forze armate americane contro i ribelli sciiti filo-iraniani.

Puntuale, e come da copione, il Washington Post ha scritto che l’attentato siriano mette in evidenza i limiti della scelta di Trump. Puntuale, come da copione, l’ex Capo della Cia Leon Panetta dice le stesse cose al Corriere della Sera.

Banalità a parte, è ovvio che la strage di Mambij porrà altre criticità al ripiegamento dalla Siria.

La zona cuscinetto di ieri e di oggi

Interessante il fatto che Trump  non abbia reagito pubblicamente, neanche nei suoi torrenziali tweet, dedicati in questi giorni solo all’accesa controversia sul Muro di confine tra Usa e Messico.

L’enfatizzazione della questione non lascia spazio ad altro. E ci sia concesso che più che necessità politica appare scelta strategica. Enfatizzare la criticità murale lo lascia relativamente libero di operare in Siria.

Da vedere, anche, se terrà l’accordo tra Trump ed Erdogan che prevede la creazione di una zona cuscinetto ai confini turchi per tenere lontane le milizie del Pyd e del Pkk, che il sultano considera terroriste.

Un modo per rassicurare Erdogan, ma anche per smontare le critiche al ritiro poste da Bolton, che l’aveva frenato per impedire il massacro dei curdi da parte dei turchi, considerazione che aveva scatenato l’ira di Erdogan superata nell’accordo con Trump.

L’intesa risponde alle mire di Ankara sulla Siria: ché dall’inizio del conflitto ha tentato di espandersi nel Paese confinante.

L’altro scopo di Erdogan è quello di rompere la continuità territoriale tra il Kurdistan iracheno e quello siriano, che rilancerebbe il nazionalismo curdo in Turchia.

L’accordo Trump-Erdogan è però in contrasto con l’aspirazione di Damasco a riconquistare tutte le aree della Siria strappate al suo controllo.

Aspirazione assecondata da Mosca e Teheran, con le quali peraltro Ankara ha instaurato rapporti profondi.

Difficile che Erdogan rompa per ottenere la fascia di influenza. C’è spazio per una mediazione che veda coinvolti i curdi, che, pur bloccati da spinte diverse, hanno iniziato a dialogare con Damasco, l’unico modo per ricomporre questo puzzle impazzito.

Significativo che Erdogan abbia (forse) ottenuto da Trump quanto al tempo gli fu promesso dalla Clinton (anche se allora si chiamava no fly zone), terminale di tanti strali del presidente Usa. Certi errori geopolitici hanno il vizio di ripetersi.

Ma anche che Erdogan abbia aperto un canale di dialogo con Trump fuori dalle strettoie neocon, come dimostra il rifiuto di incontrarsi con Bolton.

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