9 gennaio

I gilet gialli, Macron e i neocon

I gilet gialli, Macron e i neocon. Nella foto: Macron e SarkozyContinuano le proteste dei gilet gialli che tanto preoccupano il governo francese e innescano controversie nel mondo.

I Gilet gialli e la resa dei conti con Macron

Uno dei leader del movimento ha creato un partito politico, anche se resta  incerto il suo rapporto col resto dei “gialli”.

Questi, infatti, sono stati sostenuti da ambiti di destra e sinistra, dal Front ai radicali che guardano a Mélenchon (stesso schema del cosiddetto populismo Usa, sotteso al fenomeno Trump quanto a Sanders). Ed è difficile incanalarlo in un ristretto orizzonte partitico. Vedremo.

Il movimento raccoglie consenso in Francia, ma anche ostilità per certe derive violente.

Violenza di cui è diventato simbolo il video virale del boxeur Christophe Dettinger che picchia un poliziotto.

Ma la sua storia, invece di assestare un duro colpo al movimento, lo ha rafforzato: il pugile è infatti diventato un’icona dei gialli dopo essersi consegnato alla giustizia, grazie un video (cliccare qui) in cui spiega le sue ragioni (un attacco di ira in reazione alle reiterate violenze della polizia) e chiede ai gilet gialli di continuare la lotta, “pacificamente, per piacere”.

D’altronde nel movimento affluiscono scontenti di varia indole. E la sua natura magmatica e i contorni incerti ne rendono difficile il controllo e a rischio infiltrazioni,  messe in evidenza da tanti video (vedi sotto) e media.

Sugli infiltrati della polizia scrive Liberation; su alcuni malviventi infiltrati per delinquere scrive Le Figaro.

Contrasto durissimo quello francese, dove anche il governo ha sbagliato, premendo troppo sulla linea dura (vedi sotto).

Sintomo di panico: la protesta è diventata questione esistenziale per il sistema di cui è garante Emmanuel Macron.

E se il nuovo partito è proiettato sulle prossime elezioni europee, ciò non vuol dire che la resa dei conti tra i gilet gialli e il presidente transalpino sia rimandata.

Macron e l’impossibile convergenza

Macron è in affanno, ma sarebbe sbagliato individuare solo nei suoi limiti la causa dell’attuale débacle.

Certo, l’uomo non è un Richelieu. E certo la sua mancanza di realismo e gli scandali, in particolare l’affaire Benalla (il suo guardaspalle che ha acquisito controverso potere), hanno pesato.

Ma la défaillance attuale nasce da un equivoco di fondo, da un peccato originale che ne ha contraddistinto l’ascesa.

Macron fu infatti eletto da potenti, apparati e tanta opinione pubblica che hanno visto in lui il catalizzatore di un’inversione di rotta del Paese al di fuori del cosiddetto rischio populismo.

C’era infatti da portare la Francia fuori dalle secche nelle quali era precipitata negli ultimi decenni con Sarkozy e Hollande.

Il primo era consegnato al verbo neocon; il secondo fu costretto ad abbracciare tale verbo nel corso del suo mandato, tanto da affidare al superfalco Manuel Valls i destini del Paese.

Appena eletto, Macron esplicitò apertamente la nuova prospettiva. Così in un’intervista al Corriere della Sera: “Con me finirà una forma di neoconservatorismo importata in Francia da dieci anni”.

“[…] La Francia non ha partecipato alla guerra in Iraq e ha avuto ragione. E ha avuto torto a fare la guerra in Libia. Quali sono stati i risultati? Stati falliti nei quali prosperano i gruppi terroristici».

L’abbraccio della dottrina neocon non aveva solo impegnato la Francia in guerre ancillari a interessi altrui, ma l’aveva anche consegnata al credo globalizzante, che di quella dottrina è parte integrante.

Una prospettiva, quest’ultima, che nel ristretto ambito europeo prevedeva la subordinazione di Parigi a Bruxelles e Berlino.

Promesse tradite

Macron fu dunque creato (in laboratorio: apparve dal nulla insieme al suo partito, En Marche) per un duplice scopo: da una parte garantire il sistema globalizzante contro l’asserita minaccia populista e dall’altro portare la Francia fuori dalla duplice subordinazione ai neocon e a Bruxelles.

Così egli catalizzò i consensi dell’élite finanziaria globalizzante e di tanta élite francese che si augurava un ritorno alla grandeur perduta. Fu dunque frutto di un’impossibile convergenza.

L’ambiguità del connubio è esplosa nel tempo: tenendo ferma la barra sull’irreversibilità della globalizzazione selvaggia, Macron ha finito per restare nell’alveo del neoconservatorismo e della subordinazione a Bruxelles e Berlino.

Come denota il rapporto sempre più intimo col suo predecessore, evidenziato da un titolo di Le Monde: “Sarkozy consigliere ombra di Macron.”

Da qui l’intrinseca debolezza dell’inquilino dell’Eliseo. Che deve fronteggiare non solo lo scontento dei concittadini, che la globalizzazione destina al depauperamento, ma anche di certa élite francese che si sente tradita.

Il video del pugile che picchia un poliziotto

 

Nel video, un uomo accusato di essere un infiltrato della polizia

 

Video di alcuni infiltrati cacciati dai manifestanti al grido “Etes Flics” (siete poliziotti)

 

Video di un’operazione di polizia che ha destato vibrate proteste

 

 

 

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