2 gennaio

Siria: Natale di pace e ineffabile speranza

Primo Natale di pace in Siria, dopo anni di guerra. Feste, luci, sorrisi, come mostrano tanti video pubblicati sul web (cliccare qui).

Immagini così simili a quelle di altre parti del mondo, eppure così stridenti con un passato che non vuol passare, ché la pace è fragile. Nel Paese restano infatti sacche di instabilità a rischio escalation. Ma, nonostante tutto, la gente spera, dopo lungo tormento.

Così val la pena evidenziare alcuni cenni che possono dare la misura delle nuove variabili immesse in questo mattatoio.

Siria: il Muftì e la Chiesa

Il 1 gennaio la Chiesa celebra Maria Madre di Dio. La Chiesa ha voluto che tale festa fosse anche occasione per chiedere il dono della pace. E nella martoriata Siria tale richiesta è stata più sentita che altrove.

Così la messa solenne celebrata ad Aleppo per il primo dell’anno ha visto riuniti tutti i vescovi della città, dove più dura è stata la macelleria.

Invitato d’eccezione, il gran Muftì della Siria Ahmad Badreddin Hassoun (1), che al termine della celebrazione ha aggiunto il suo messaggio di pace a quello dei presuli e dei fedeli presenti.

Solo uno dei tanti momenti di prossimità tra diversi che stanno avendo luogo in Siria, dove alle macerie materiali si aggiungono le macerie umane.

Macerie umane che forse sono il più tragico e dilaniante lascito di tanto dolore. Una delle declinazioni di tale lacerazione riguarda i tanti bambini “figli di nessuno” che la guerra ha lasciato dietro sé, come rifiuti abbandonati sulla battigia dalla risacca.

Ne parla monsignor Abu Khazen, vicario apostolico di Aleppo in un’intervista a Pro Terra Sancta: si tratta di “migliaia di bambini abbandonati e nemmeno iscritti all’anagrafe, di cui non si conosce né la madre né il padre. Spesso nati da stupri e violenze, sono i figli dei jihadisti, i segni più terribili che ci sta lasciando dietro questa guerra. Bambini senza nome, e perciò senza futuro”.

Su questi fanciulli si è chinata la Chiesa dando vita a un progetto per dar loro “un nome e un futuro” (questo il nome del progetto). Un’opera realizzata insieme al  gran Muftì di cui sopra e ai musulmani del Paese. Ecumenismo dei fatti.

Di interessanti missive

Altro cenno del nuovo fiorire di sotto le macerie la commovente lettera indirizzata ai maristi blu, un ordine religioso cattolico siriano che nella tempesta è stato punto di riferimento per tanti cristiani e islamici.

In tale missiva (cliccare qui per l’integrale) Salah S. esprime la sua gratitudine per quanto i religiosi hanno “donato durante questi ultimi anni”. E conclude: “noi vogliamo restare, se Dio vorrà, i vostri fratelli maristi musulmani”… Nulla da aggiungere.

E interessante appare anche il pubblico appello del giornalista siriano (islamico) Said Hilal Alcharifi: “Chiediamo solennemente alle autorità competenti della Siria […] di proporre il diritto d’asilo che permetta alla cristiana Asia Bibi di continuare la sua vita in tutta sicurezza a Damasco, culla della cristianità e dell’islam tollerante”.

La pakistana Asia Bibi è al centro di un’accesa controversia globale che ha alimentato il cosiddetto scontro di civiltà: accusata di blasfemia da alcuni fanatici, ha scontato una lunga prigionia prima di essere liberata, con un calvario ancora aperto.

L’appello di Hilal Alcharifi, sostenuto da tanti cittadini siriani di religione islamica, è stato accolto dalla parlamentare Nabil Saleh, che ha preso in carico il dossier.

Di inermi controtendenze

Quanto riportato è interessante anche dal punto di vista geopolitico, dal momento che le guerre che stanno sconvolgendo il mondo arabo, con scosse telluriche che hanno investito anche l’Occidente, fanno leva sulle fratture religiose.

Restano da superare tante criticità: su tutte la determinazione di Israele a cacciare gli iraniani dal Paese (da qui il bombardamento su Damasco nella notte di Natale) e l’ambiguità turca sul conflitto siriano.

Criticità esterne alle quali si aggiunge l’aggressività dei terroristi di al Nusra incistati a Idlib, che ieri hanno conquistato la Rocca di Simeone, luogo caro alla cristianità di tutto il mondo, a pochi chilometri da Aleppo.

Prossimità che gli consente di bombardare la città, come avvenuto il 1 gennaio, quando alcuni dei loro ordigni hanno colpito una scuola.

Pace fragile, dunque, ma i cenni di cui sopra, di inerme controtendenza, alimentano ineffabili speranze.

(1) Il muftì Ahmad Badreddin Hassoun è stato accusato di aver incitato al terrorismo. Così nella traduzione di un suo discorso ad opera del Meme, un service di traduzioni creato da ex funzionari dell’intelligence israeliana.

In una successiva intervista rilasciata a Der Spiegel, il Muftì ha spiegato che le sue parole erano state tradotte male e il suo discorso del tutto travisato.

Egli, infatti, aveva detto che la guerra in Siria avrebbe portato il Terrore anche in Occidente, come peraltro paventato da  tante intelligence occidentali e come poi in effetti avvenuto (tanti gli attentati compiuti in Occidente da jihadisti provenienti dal conflitto siriano).

Nell’intervista, peraltro, il Muftì piangeva il figlio ucciso dagli jihadisiti, perdonando gli assassini.

Ma al di là delle spiegazioni del caso, la Chiesa siriana conosce meglio di altri situazioni e tendenze. E sa con chi si accompagna.

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