27 dicembre

Trump, il presidente canaglia

trumpGli Stati Uniti non possono continuare a essere i gendarmi del mondo“.  Così Trump nel corso della visita a sorpresa compiuta ieri in Iraq. In tal modo ha inteso ribadire la sua scelta di ritirare le truppe americane dalla Siria e, parzialmente, dall’Afghanistan, come riferiscono i media. Vero, ma in questa frase c’è altro.

Le dichiarazioni di Trump indicano infatti una prospettiva per il mondo, già perno della sua campagna elettorale: quella di porre fine all’interventismo americano nel mondo, chiudendo l’era del regime globale neocon.

Da qui le avversità che suscita questo presidente, il quale ha contro un potere immane quanto influente sui media e su vari apparati (americani e non).

Per avere la misura del contrasto basta un’occhiata al Washington Post o al New York Times, i giornali di sistema Usa, i quali ogni giorno dedicano almeno metà dei loro articoli di peso alla descrizione di Trump come mostro, incapace e pericoloso per la democrazia.

Trump e l’agenda neocon

Mai nella storia, se si eccettua forse Nixon, un presidente degli Stati Uniti d’America ha conosciuto tale avversità.

Un contrasto portato nel disprezzo della democrazia, dal momento che gli si vuole imporre a tutti i costi l’agenda neocon, nonostante egli abbia ricevuto il suo mandato proprio perché l’abbandonasse.

Non solo, lo si accusa di essere un pericolo per il mondo, ignorando volutamente i funesti danni che l’agenda in questione ha prodotto su scala globale.

A questo proposito, non è certo un caso che Trump abbia fatto quelle dichiarazioni in Iraq, dove quell’agenda ha iniziato a dispiegarsi in tutto il suo tragico splendore con l’intervento Usa.

Sono passati diciotto anni da quel tragico 11 settembre, quando i neocon presero il potere sequestrando l’imbelle George W. Bush (simbolico, nel giorno del crollo delle due Torri, il suo vacuo errare a bordo dell’Air Force one, alla disperata ricerca di un aeroporto sicuro dove atterrare).

Da quel giorno essi hanno preso il potere negli Usa. E da allora il gendarme del mondo ha prodotto una politica aggressiva contro i cosiddetti “Stati canaglia” (Paesi che l’agenda in questione destina a essere inceneriti) e contro i suoi potenziali avversari globali, Russia e Cina.

Un’aggressività che non ha risparmiato i suoi alleati, ai quali ha imposto direttive inderogabili in politica estera.

Tale regime è ora messo in discussione. Per di più dal presidente più strambo della storia degli Stati Uniti, cosa che a tale ambito risulta ancor più offensiva e odiosa.

È un duello all’ultimo sangue. Le guerre neocon ne hanno versato tanto in questi anni, producendo un’instabilità globale che ha consegnato loro un potere ancora maggiore. Applicazione aggiornata e su scala globale del vecchio detto divide et impera.

Gli strappi di Trump

Trump finora ha usato la tattica dello stop and go,sia nella criticità coreana che nel complesso quadro mediorientale, come anche nel rapporto-scontro con Mosca e Pechino.

A ogni strappo, improvviso e spiazzante (per evitare contrasti preventivi), è seguita immancabilmente una stretta dei suoi avversari, volta a ridurne se non annullarne gli effetti.

Così, di strappo in strappo, si è arrivati alla mossa del ritiro dalla Siria, la cui sola idea, al di là della sua effettiva realizzazione, è del tutto intollerabile.

Tanto che i neocon sembrano aver perso la speranza di riuscire a controllare il presidente, cosa che sottende un possibile cambio di tattica nei suoi confronti.

Interrogativo sintetizzato nel titolo di un articolo del Washington Post: “Una presidenza canaglia: l’era del contenimento di Trump è finita“.

Lo scritto è stato pubblicato dopo le dimissioni di Mattis, e spiega che Trump non ha più intorno persone che possano contenerlo.

Circondato solo da lacchè, egli ora potrà “perseguire le promesse della sua campagna rivoluzionaria“.

Cenno che rende esplicito quanto accennato sopra, ovvero che quella di Trump è una vera e propria insurrezione contro il regime neocon.

Ribellione inaccettabile. Per questo egli è indicato come un “presidente canaglia”, espressione che rimanda a quegli “Stati canaglia” ai quali l’agenda neocon riserva un infausto destino. Lotta all’ultimo sangue, appunto.

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