24 novembre

Migranti: dietrofront della Clinton

Hillary Clinton fa retromarcia: per fermare la destra in Europa e nel mondo occorre fermare le ondate di migranti.

I leader delle forze che si oppongono al populismo devono inviare un messaggio chiaro a quanti aspirano a una nuova patria, ovvero che l’Occidente non è più “in grado di continuare a dare rifugio e sostegno”.

Due annotazioni. Anzitutto di carattere umanitario. Com’è evidente, l’afflato umanitario che allora animava la Clinton, e che anima altri leader politici della sua filiera, americani ed europei (non tutti, ovvio), è superato in favore di un cinismo politico di bassa lega.

Un cinismo che non è affatto nuovo: in realtà la spinta all’accoglienza di allora (e di oggi) non si fondava su un senso umanitario, ma su un progetto politico ben definito, ora evidentemente messo in sordina in vista di un rilancio futuro.

Il progetto era, ed è, quello di un nuovo ordine mondiale votato alla globalizzazione e consegnato a una ristretta élite politico-finanziaria. La sua.

Élite che ora deve cambiare strategia, dato che è stata travolta dagli stessi demoni che ha evocato, i quali hanno provocato disastri in tutto l’orbe terraqueo attraverso guerre infinite che hanno creato masse di migranti e conseguenti flussi (Libia, Siria etc).

Va notato che il rifiuto della logica dell’accoglienza e/o la spinta a un maggior controllo dei flussi migratori di certi ambiti politici cosiddetti populisti, anche quando brandito in via strumentale, ha anche una motivazione più o meno civica: risponde cioè (in modo spesso inappropriato) a un disagio dilagante.

La presa di posizione della Clinton, invece, non tiene in nessuno conto il disagio, vero o percepito che sia, dei cittadini europei o americani.

Essa si rivolge esclusivamente ai suoi politici di riferimento, suggerendo loro di accogliere il nuovo Verbo della globalizzazione.

Da questo punto di vista, ha un valore anti-democratico molto più profondo del populismo che combatte e che accusa di derive fasciste.

La seconda notazione riguarda la Clinton politica, che si sta muovendo come fosse ancora investita di un’autorità che sembrava perduta dopo la sconfitta contro Trump e la disgrazia accaduta al suo sodale Harvey Weinstein (ora sparita dai radar mediatici, per fortuna della Clinton)

Dopo aver fatto trapelare che potrebbe ricandidarsi alle presidenziali del 2020, l’invito pubblico citato suona come un inizio nuovo per l’ex Segretario di Stato.

Annotazione che necessita di una subordinata: i suoi avversari hanno deriso la sua rinnovata ambizione presidenziale, dando per sicuro un suo flop.

Prospettiva plausibile, ma la Clinton non è l’ultima arrivata e sa bene anche lei che le chances di una sua vittoria non sono affatto alte.

E, però, da candidata alle primarie del partito democratico, può assumere con maggior forza un ruolo da kingmaker, spostando sul suo preferito/a i suoi voti e la sua influenza, ancora grande nel partito.

Va notato anche che, subito dopo l’indiscrezione sulla sua candidatura, Michelle Obama ha pubblicamente smentito una sua possibile corsa a presidente degli Stati Uniti, che tanti davano per sicura.

“Troppa cattiveria”, ha detto. Non sappiamo se tra i due avvenimenti ci sia un legame di causa-effetto, ma certo la tempistica colpisce.

Michelle poteva essere un candidato forte. Non lo sarà più. Se la situazione del partito democratico resta quella attuale, ovvero una ridda di personaggi in cerca di autore, un eventuale kingmaker avrà gioco facile.

Da qui alle presidenziali c’è ancora tempo per l’inserimento di variabili di sistema. Ma il fatto che le élite alle quali è consegnata la Clinton abbiano iniziato le grandi manovre rende più impervio tale inserimento.

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