23 novembre

Siria: l'arrocco russo

In altra nota abbiamo accennato al ritorno di Assad sulla scena internazionale (Vedi Piccolenote). Un ritorno precario, ovviamente, ma che va egualmente registrato come novità, impensabile solo un anno fa.

Una novità determinata da due fattori. Il primo, la vittoria di Damasco della guerra siriana che, seppur conservando focolai di incendio ancora a rischio, può essere ormai registrata come data.

Il secondo fattore, meno determinante ma di certa importanza, è dato dalla fine dei bombardamenti israeliani in Siria, dopo la consegna degli S-300 russi a Damasco.

Un’evoluzione che rende più stabile il controllo di Assad sul territorio strappato dalle mani dei jihadisti. E lo rafforza, rendendolo interlocutore più autorevole.

Ma sul punto, ci hanno segnalato un’interessante analisi pubblicata su un sito cosiddetto alternativo.

Nel testo, firmato Saker, si spiega dettagliatamente come Usa e israeliani abbiano mezzi sufficienti per superare l’ostacolo degli S-300.

E però, nota Saker, un attacco massiccio è più che improbabile. Costerebbe troppo agli attaccanti.

Anzitutto per il rischio di innescare una guerra ad ampio raggio, che nessuno si può permettere.

In secondo luogo perché l’abbattimento di alcuni/tanti jet da parte delle difese siriane, inevitabile, lederebbe in maniera irrevocabile l’immagine di superpotenza/invulnerabilità alla base della percezione/proiezione dell’apparato militare americano quanto israeliano.

Resta dunque l’ipotesi di un attacco mirato. La prima opzione, ovviamente, è quella di distruggere gli S-300, aprendo così il via alla ripresa in grande stile dei raid.

Un’opzione che la Russia non può permettere. Renderebbe del tutto inutile la mossa degli S-300. Una disfatta totale.

In caso di un attacco di tal genere, dunque, Mosca sarebbe costretta a ingaggiare tutto l’apparato difensivo dispiegato in Siria, a terra come in mare (dove ha posizionato una flotta). Scenario da guerra globale, dunque, non percorribile.

Un’opzione meno impervia per Washington e Tel Aviv sarebbe l’attacco a un obiettivo di alto valore simbolico. Che avrebbe un effetto positivo sull’immediato, senza il rischio escalation.

Gli attaccanti potrebbero vantare di aver superato la barriera difensiva data per impenetrabile, e rivendicare una ritrovata dinamicità militare, rompendo l’attuale stallo che il governo israeliano percepisce come una sconfitta.

Ma ciò avrebbe l’effetto di costringere la Russia a fornire ulteriore protezione alla Siria, rendendo ancora più difficile un successivo attacco simbolico.

E qui riferiamo le conclusioni di un articolo di Saker, pseudonimo di un analista evidentemente informato.

La consegna degli S-300, per Saker, è paragonabile a “un’apertura degli scacchi o a una mossa irreversibile come l’arrocco: non decide da sola l’esito del gioco, ma crea un ambiente di base nel quale entrambi i giocatori dovranno operare”.

“Per i russi, il passo successivo è abbastanza ovvio: continuare a fornire tutti i sistemi di difesa aerea necessari ai siriani  […] con l’obiettivo di riuscire a proteggere l’intero spazio aereo da qualsiasi attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele” .

“Gli elementi principali di una rete di difesa aerea a più livelli sono già stati dispiegati”. L’evoluzione della partita sta solo nel mettere altri pezzi sulla scacchiera, tanto da rendere impossibile agli avversari la prosecuzione del gioco.

Se certo Israele e gli Stati Uniti, e più il primo che i secondi, non possono accettare che la partita si chiuda così, è possibile che, nel medio termine, l’arrocco russo in Medio oriente produca una “patta”, come si dice nel gergo scacchistico.

Una patta che, senza trattative e accordi specifici, produca uno stallo che, pur restando conflittualità di attrito (e relative vittime), può impedire ulteriori conflitti ad ampio raggio.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page