7 novembre

Midterm: la vittoria di Trump e la sconfitta di Netanyahu

midterm, comizio TrumpNon avendo perso, Trump ha vinto. Questa la sintesi di quanto avvenuto nelle Midterm Usa, dove i democratici conquistano la Camera e i repubblicani conservano la maggioranza del Senato.

Midterm a sorpresa

Tanti, fino a un mese fa, pronosticavano il cappotto dei democratici. E se tale esito non è stato ribadito di recente è solo per il timore di subire lo scacco delle presidenziali, quando Trump vinse contro tutti i pronostici.

Così l’esito che oggi appare scontato, non lo era affatto. Detto questo, prima del voto Trump si è mosso come se nulla dovesse cambiare, dando appuntamento a Putin e Xi Jinping subito dopo le elezioni.

Dimostrando ancora una volta che ha più lungimiranza dei suoi avversari, i quali confondono desideri e realtà.

Dopo la sua vittoria alle presidenziali, i suoi oppositori, di destra e di sinistra, avevano pronosticato che avrebbe fatto la fine di Nixon in meno di un anno.

Vanificata tale prospettiva, avevano vaticinato che sarebbe stato sommerso dall’onda blu – la marea democratica – alle elezioni di Midterm.

Si sarebbe così trasformato in un’anatra zoppa e la sua presidenza sarebbe svaporata. Non è andata così.

Data la situazione, se certo la nuova Camera potrà condizionare la politica interna di Trump, non dovrebbe influire sulle linee guida della sua politica estera, ovvero il contrasto alla globalizzazione acefala e la ricerca di una distensione con la Russia, determinazioni che tanto fanno infuriare i suoi avversari.

Astio evidenziato in maniera esemplare in un articolo di Weekly Standard firmato da Michael Warren dal titolo: “Trump è nei guai”. Sottotitolo: “Lui non lo ha ancora realizzato”.

Cinque le piaghe che secondo Warren si abbatteranno su Trump nel prossimo biennio.

La più devastante riguarda la possibilità per i democratici, grazie al controllo della Camera, di poter avviare inchieste parlamentari, con annessa convocazione coatta di testi (cosa, quest’ultima, di grande impatto politico e mediatico). Prospettiva più che probabile, anche se di esito incerto.

Ciò detto, ad oggi questa è una ulteriore prospettiva dei nemici di Trump, costretti a dover rimandare ancora una volta la vittoria. Che, data da tempo per ineluttabile, continua a sfuggirgli.

Il fatto che tale articolo, alquanto minaccioso, sia stato pubblicato sulla rivista simbolo dei neoconservatori evidenzia che lo scontro non è tra Trump e i democratici, ma trasversale.

Una nota a margine: data la forza neocon nel Gop, e data la loro propensione muscolare in politica estera, per Trump è andata nel migliore dei modi; se i repubblicani avessero vinto Camera e Senato non avrebbe avuto possibilità di frenare la loro assertività globale.

Lo scacco di Netanyahu

Tra i vari articoli a commento delle elezioni, riportiamo quello di Samuel G. Freedman su Haaretz, dal titolo significativo: “Benjamin Netanyahu ha appena perso le Midterm Usa”.

La sua avversità al premier israeliano è significativa perché arriva da un “sionista liberale”, come si definisce, cioè di destra, ambito che dovrebbe invece essere prossimo al presidente israeliano.

Feroce critico di Trump, Freedman rimprovera a Netanyahu di aver schiacciato Israele su una sola parte politica americana, il partito repubblicano.

E ciò non da oggi, ma da quando “ha ufficialmente sostenuto il candidato Mitt Romney” contro Barack Obama nel 2012.

Fin da allora, scrive Freedman, “è stato chiaro che Netanyahu era disposto a non aver rapporti con circa metà America purché il Gop potesse continuare” a governare.

“Gli ebrei americani come me – non ortodossi, non repubblicani, che sono almeno i tre quarti del totale – tendevano a considerare la palese inclinazione di Netanyahu a mettere tali distanze come un calcolo matematico”.

Un calcolo che prevedeva che “Israele può snobbare quattro o cinque milioni di ebrei americani liberali e moderati  (che il primo ministro ritiene peraltro in pericolo di assimilazione terminale) in favore di decine di milioni di cristiani evangelici bianchi di destra” (il cosiddetto “sionismo cristiano”).

“In cambio – continua Haartez – egli ha ottenuto tutto ciò che voleva: l’ambasciata americana a Gerusalemme, l’approvazione di fatto dell’occupazione [dei territori palestinesi, ndr.] e l’abrogazione dell’accordo sul nucleare iraniano”.

Così la sconfitta di Trump alla Camera, per Freedman, suona come uno scacco anche per Netanyahu.

Come detto Trump in realtà non ha perso. Ma è indubbio che ormai un abisso separa il premier israeliano da gran parte della comunità ebraica americana. E ciò lo rende più debole. Una sconfitta, appunto.

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