2 novembre

Guerra in Yemen: la svolta Usa e il futuro saudita

guerra in Yemen: Mattis e PompeoÈ giunto il momento di porre “fine” alla guerra in Yemen. Così il ministro della Difesa degli Stati Uniti James Mattis il 31 ottobre.

Guerra in Yemen: chiudere in fretta

“Abbiamo osservato questo conflitto da troppo tempo”, ha aggiunto il ministro della Difesa degli Stati Uniti, ed è ora di finirlo e finirlo a breve: “entro 30 giorni”, ha infatti specificato, chiediamo un “cessate il fuoco”, il “ritiro delle truppe” saudite e emiratine dal Paese e “la fine dei bombardamenti”.

Ciò consentirà “all’Inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen Martin Griffiths di riunire tutti in Svezia” e chiudere la vicenda, ha concluso.

Determinazione ribadita lo stesso giorno da Mike Pompeo in modo più dettagliato. Il Segretario di Stato Usa ha così detto al mondo che Mattis aveva parlato a nome e per conto degli Stati Uniti d’America.

La guerra in Yemen è iniziata nel 2015 e vede contrapposti i ribelli houti, sostenuti dall’Iran, ad Arabia saudita ed Emirati arabi uniti, supportati dagli Usa, che appoggiano il presidente deposto, Mansur Hadi.

Ed Miliband, ex leader dei laburisti britannici e ora presidente dell’International Rescue Comitee, che da tempo denuncia gli orrori del conflitto, ha salutato le parole di Pompeo come “tardive”, ma “benvenute”.

Convergenze yemenite

Sulla stessa posizione la sinistra americana, che da tempo critica il supporto Usa a Riad. Il 24 ottobre il senatore democratico Bernie Sanders aveva firmato un dettagliato articolo sul tema per il New York Times.

Nello scritto denunciava l’orrore per i troppi civili uccisi dalle bombe “americane”  usate dai sauditi, ai quali è dunque necessario far capire che gli Usa non hanno rilasciato un “assegno in bianco per continuare a violare i diritti umani”.

Sanders aggiungeva che questa guerra è un “disastro strategico e morale per gli Stati Uniti” dal momento che, peraltro, ha rafforzato l’Isis e al Qaeda.

Non solo: con questo conflitto Washington ha creato il problema che affermava “di volere risolvere”. Infatti, l’aveva intrapreso in funzione di un contenimento dell’influenza iraniana in Medio oriente, commettendo un doppio errore.

Non solo ha “esagerato” il reale rapporto tra Iran e houti, ma è stata proprio la guerra a “intensificare” il legame tra questi e Teheran.

Abbiamo riportato tali cenni per evidenziare come Mattis e Pompeo, che Sanders criticava nel suo articolo, abbiano virato verso le posizioni del leader democratico.

Il 5 novembre negli Stati Uniti si svolgeranno le elezioni di Midterm per rinnovare il Congresso.

Anche se l’esito è ancora incerto, è invece più che probabile che nel partito democratico i liberal subiranno una flessione in favore degli esponenti della sinistra sostenuti da Sanders (e Obama).

Sulla guerra in Yemen, dunque, può realizzarsi una convergenza tra l’amministrazione Trump e i democratici targati Sanders. Foriera di sorprese. Ciò rende ancora più significative le dichiarazioni di Pompeo e Mattis.

Riad: lavori in corso

La svolta dell’amministrazione Usa sullo Yemen è il primo effetto visibile  dell’affaire Khashoggi, il giornalista saudita assassinato in Turchia per ordine di Riad (per gli effetti invisibili vedi Piccolenote).

Il principe ereditario Mohamed bin Salman inseguito dalle accuse di aver ordinato il delitto, è alle strette. E non ha più la forza per sostenere una guerra che ha improvvidamente iniziato immaginando una trionfale vittoria.

Non solo la guerra esterna. Ormai egli è indebolito anche sul piano interno e la sua sorte politica vacilla. Sebbene sia ancora il principe ereditario, non appare più come l’uomo forte del Regno: re Salman, che si era fatto da parte, ha ripreso a esercitare il suo ruolo.

A Riad c’è grande turbolenza tra quanti spingono, e non da ora, per la rimozione del principe e quanti lo sostengono per tentare di gestire la transizione verso nuovi equilibri.

In questi giorni è tornato in patria il fratello del re, Ahmed bin Abkulaziz, fuggito all’estero, come altri principi e reali, per scampare alle purghe ordinate da bin Salman. Le grandi manovre sono iniziate.

 

Ps. Possibile che ad accelerare la svolta dell’amministrazione Trump sullo Yemen sia anche il timore di rivelazioni imbarazzanti sul conflitto. Sul punto vedi ad esempio Piccolenote.

Pps. Oggi i sauditi hanno lanciato una serie di bombardamenti sull’aeroporto di Sanaa e dintorni. Una sfida agli Usa, forse, o forse un calcolo sbagliato.

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