5 ottobre

Trump, Kavanaugh e elezioni di Midterm

Lo scontro sulla nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema sembra in dirittura di arrivo. L’inchiesta avviata dall’Fbi non ha trovato elementi tali da sconsigliarne la nomina. Il Senato dovrebbe dunque confermarlo.

Lo scontro su Kavanaugh

Trump esulta per una vittoria arrivata al termine di uno scontro durissimo, che probabilmente continuerà a imperversare anche dopo il voto del Senato, dato che i suoi oppositori non demordono.

Il presidente degli Stati Uniti aveva annunciato la nomina di Kavanaugh a luglio, per colmare il vuoto che si era formato alla Corte Suprema con il pensionamento di Anthony Kennedy.

Il prescelto aveva incontrato subito grande ostilità, perché noto per le sue posizioni più che conservatrici.

Dato l’equilibrio della Corte, composta dopo le dimissioni di Kennedy da due togati conservatori e due progressisti, egli l’avrebbe spostata a destra.

Da cui il pericolo di veder andare in fumo tante conquiste date ormai per acquisite dagli ambiti liberal e progressisti.

La furiosa campagna contro la sua nomina negli ultimi giorni ha avuto il suo focus nell’accusa di molestie sessuali in danno di Christine Blasey Ford.

Ma ieri l’Fbi, al quale il Senato ha affidato l’inchiesta, ha concluso di non aver trovato riscontro alle accuse, almeno a stare a quanto anticipato dai repubblicani.

Per i democratici è una sconfitta secca sul piano dell’immagine, ma è servita allo scopo. Il partito, durante la lunga egemonia dei Clinton, si era identificato con l’élite dominante.

La campagna in difesa dei diritti civili messa in pericolo dalla nuova Corte Suprema made in Trump gli ha riconsegnato simpatie perdute. Verranno buone per le elezioni di midterm che si terranno a novembre.

Nelle quali spera di potersi giovare anche delle inchieste contro Trump: al Russiagate si sta aggiungendo quella sulle ombre riguardanti la sua fortuna economica.

L’asse neocon-liberal e il voto di midterm

Detto questo, Trump incassa la sua vittoria, invero quasi imprevista dato che quasi tutti i giornali americani hanno trattato la vicenda Kavanaugh con una parzialità e un’ossessività più che inquietanti. Non una controversia socio-politica, ma un’ordalia.

Ciò perché le elezioni di midterm rivestono un’importanza capitale. Gli avversari di Trump, liberal e neocon, erano sicuri di stravincerle, sia assicurando la vittoria alla Camera ai democratici che facendo eleggere candidati di obbedienza neoconervatrice nelle file dei repubblicani.

Una situazione che avrebbe minato in maniera irrevocabile la presidenza Trump, consegnandola alla disfatta o, per salvarsi, a condividere in toto l’agenda neocon in politica estera, immettendo nuova aggressività alla sua azione.

Ma non ne sono più così sicuri. La vittoria dei democratici alla Camera, nonostante gli 80 milioni di dollari stanziati da Bloomberg, non sembra più così scontata.

Non solo: le elezioni interne per decidere i candidati di tale partito vedono favorite figure sponsorizzate da Obama e Sanders, in danno dei liberal clintoniani.

E se Obama e Sanders condividono con gli ambiti di cui sopra l’avversione a Trump, e quindi possono creare criticità alla presidenza, non ne condividono le direttrici di politica estera.

Pure tra i repubblicani, dove i neocon si sentivano ancora più forti, i loro candidati vanno malino a tutto vantaggio di quelli più legati al presidente.

Tanto che Charles J. Sykes, su Weekly Standard (la bibbia neocon), ha dedicato un articolo per spiegare “come il Gop è diventato il partito di Trump“. Esagerato, ma significativo.

Da questo punto di vista, la recente dipartita del senatore John McCain, alfiere dei neocon tra i repubblicani, appare simbolica di un appannaggio dell’influenza di tale ambito nel Grand Old Party.

Per l’Impero d’Occidente il voto di novembre è snodo cruciale. Da seguire.

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