4 settembre

Facebook, la guerra libica e i migranti

facebookPare che la battaglia di Libia, che vede contrapposti, come accade da anni, il generale Haftar al governo di Tripoli e suoi alleati jihadisti, abbia due campi di battaglia: quello reale, a Tripoli, e quello virtuale, su Facebook.

Facebook: un “moltiplicatore di forze”

Lo rivela il New York Times, che in un articolo di oggi spiega che i duellanti battagliano su facebook, dove spuntano piantine delle zone d’attacco o di difesa, obiettivi da colpire, minacce agli avversari e incitamenti ai propri elementi.

Facebook, rivela il giornale Usa, “non è solo uno specchio del caos: può agire come un moltiplicatore di forze“. Cenno che denota l’uso militare che può essere fatto della piattaforma.

I dirigenti del social media hanno dichiarato di essere intervenuti e di aver chiuso pagine e profili fuori registro. Ma sul punto, a quanto pare, dovranno rispondere a una commissione del Senato americano presso la quale sono stati convocati insieme ai dirigenti di Twitter.

Una polemica accesa, quella contro Fb, che può portare a due esiti: può dare una scossa a una piattaforma che accoglie di tutto, anche ciò che è palesemente odioso, o può risultare un altro espediente per mettere la mordacchia a un media che in questi anni ha fatto da cassa di risonanza per notizie scomode al sistema e quindi ignorate dai giornali mainstream.

Quest’ultimo esito sarebbe parte di una campagna che da tempo è stata dispiegata dai padroni della “informazione corretta”, dove corretta va inteso in vari sensi, contro le cosiddette Fake News (che invece possono essere propalate solo dall’informazione corretta).

Ma al di là della controversia, appaiono interessanti altri due passaggi dell’articolo: “Facebook ha aiutato i libici a unirsi nel 2011 per spodestare il colonnello Muammar Gheddafi”.

Cenno che aiuta a comprendere l’uso che l’apparato militare Usa fece allora di tale social, alimentando una ribellione prodromica all’intervento della cavalleria, per far fuori un dispettoso avversario (che peraltro aveva il torto di esser sopravvissuto a decine di attentati pregressi).

E che aiuta a comprendere che, nonostante le evidenze, il mainstream non cede sulla narrativa ufficiale, perseverando nell’errore di chiamare rivoluzione quella che è stata una guerra aperta contro il Colonnello.

Un’azione che peraltro ha portato alla macelleria seguente (e quindi attuale). Della quale nessuno è stato chiamato a rispondere: né Hillary Clinton, che resta la paladina dei liberal americani, da contrapporre al guerrafondaio (?) Trump, né il fosco Sarkozy.

Facebook e i migranti

Una distorsione narrativa, quella della rivoluzione libica, che aiuta anche a comprendere il presente: si continua a parlare di guerre intestine in Libia, mentre si tratta di guerre tra potenze straniere che usano dei contrasti interni per raggiungere propri obiettivi.  Essenzialmente il controllo del greggio libico, ma anche il dilagare del caos (utile a vari scopi).

Ma al di là delle contraddizioni suddette, colpisce un altro passaggio dell’articolo: “Il New York Times ha trovato prove del fatto che [su Fb] vengono commercializzate  apertamente armi, nonostante le politiche della compagnia che vietano tale commercio”.

Inoltre: “I trafficanti di esseri umani pubblicizzano il loro successo nell’aiutare i migranti illegali a raggiungere l’Europa via mare, e usano le loro pagine per aumentare il proprio volume di affari. Praticamente ogni gruppo armato in Libia […] ha la sua pagina Facebook”.

Chissà da quanto tempo i trafficanti di esseri umani usano tale social media per pubblicizzare i propri servizi. Una pubblicità che riteniamo sia alquanto omissiva riguardo ai barconi utilizzati per gli spostamenti e alle malversazioni cui vanno incontro i malcapitati clienti.

E dire che inquirenti e politici di tutto il mondo hanno dichiarato guerra a tale piaga.

Una dichiarazione di guerra alla quale è seguito un contrasto alquanto inefficace, almeno sotto il profilo degli arresti, di membri di tale rete nefasta. Tanto immane quanto inane sforzo, quando sarebbe bastata dare una sbirciatina su Facebook…

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