8 agosto

Il conflitto in Afghanistan o della Guerra senza fine

Non solo l'Afghanistan: soldati americani tra le sabbie iracheneLa guerra in Afganistan è oggetto di in un meditato articolo di Fareed Zakaria, pubblicato la scorsa settimana dal New York Times. Uno scritto che prende le mosse dall’iniziativa dell’amministrazione Trump, che “sta cercando una soluzione negoziata con i talebani”.

Il lungo inverno dell’Afghanistan

Una iniziativa salutata con gratitudine da Zakaria, che spiega come sia arrivato il momento di porre fine a una guerra che, iniziata nel 2001, “è già la più lunga operazione militare della storia degli Stati Uniti“.

Peraltro si tratta di un’operazione militare che nel tempo ha assunto un carattere “neocoloniale”, dal momento che la sua funzione è diventata quella di proteggere e sostenere “un governo locale amico”.

Una situazione che rischia di fare dell’Afghanistan uno Stato “dipendente” dagli Stati Uniti, come sottolinea il cronista.

Per Zakaria, allora, è vitale avviare una exit strategy per l’Afghanistan, considerando peraltro che l’America sta dissipando risorse enormi per tale missione: “45 miliardi di dollari all’anno”. Risorse peraltro investite in “un’area di limitato interesse nazionale”.

Zakaria riporta quindi alcune osservazioni di Barnett Rubin, considerato il maggior esperto di Afghanistan e Asia meridionale, che osservava: “È ovvio che questo conflitto non ha una soluzione puramente militare. Se ci fosse, la guerra non sarebbe al suo 17° anno”.

“La chiave per porre fine alle insurrezioni durature” – prosegue Zakaria – “è stata in genere quella di accogliere gli insorti all’interno del nuovo ordine politico”. Da qui la necessità di includere i talebani nel governo.

Ma la riconciliazione tra talebani e governo di Kabul non deve essere negoziata dall’America, pena il fallimento. E deve necessariamente avvalersi del supporto dei Paesi confinanti.

“L’esito positivo” del negoziato, spiegava ancora Rubin, “dipende interamente dal coinvolgimento di India, Pakistan, Cina, Russia e Iran“. E per avere più possibilità di successo, dovrebbe essere avviato sotto “l’autorità delle Nazioni Unite”.

“Se il presidente [Trump] vuole davvero liberare l’America dalle sue guerre senza fine, è l’unica via d’uscita”, conclude Zakaria.

Di guerre senza fine che devono pur finire

Finale interessante, quello dell’analista americano, perché rivela il nodo sul quale ruota la geopolitica globale. Lo scontro che sta funestando il mondo sta infatti tutto qui: se uscire o meno dalle guerre senza fine iniziate dagli Stati Uniti nel post 11 settembre.

Proprio alla “Guerra senza fine” è dedicato lo speciale del New York Times di oggi a firma del premio Pulitzer Christopher John Chivers. Articolo lungo e documentato, del quale riportiamo alcuni brani.

“Su un punto non ci può essere alcun dubbio: le politiche” belliche adottate dagli Usa negli ultimi anni “con la loro enfasi sull’azione militare e le loro visioni volte al riordinamento di nazioni e culture, non hanno avuto successo […]”.

Le guerre non hanno ottenuto ciò che i loro promotori avevano promesso […]. Incredibilmente costose, strategicamente incoerenti, vendute da una schiera di alti ufficiali, politici e falchi dell’informazione, le guerre si sono succedute senza soluzione di continuità, anno dopo anno, in varie forme e con diverse logiche, da quando gli aerei di linea hanno colpito il World Trade Center nel 2001. E proseguono senza che se ne intraveda la fine”.

“Centinaia di migliaia di armi fornite agli aspiranti alleati sono sparite; una quantità innumerevole è sui mercati o nelle mani dei nemici di Washington. Miliardi di dollari spesi per creare alleati hanno prodotto per delega pedofili, torturatori e ladri […]”

“Lo Stato islamico ha sponsorizzato o incoraggiato attacchi terroristici in gran parte del mondo – esattamente quel crimine che proprio la ‘guerra al terrore’ globale avrebbe dovuto prevenire“.

La critiche alla Guerra senza fine rafforzano, come evidenzia anche lo spazio eminente che il NYT ha accordato all’articolo di Chivers. E influenzano il dibattito politico americano. Dopo anni di cupo silenzio, è già una svolta.

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