7 agosto

Gli Stati Uniti: una democrazia militare

Dwight Eisenhower quando il presidente Usa mise in guardia gli Usa dalla influenza dell'industria militareGli Stati Uniti sono una democrazia militare. Hanno una enorme industria degli armamenti […] che impiega centinaia di migliaia di persone, assicura il benessere delle regioni in cui le sue fabbriche sono installate, dispone a Washington di una lobby particolarmente efficace”. Così Sergio Romano sul Corriere della Sera del 5 agosto.

Sergio Romano e la democrazia militare

Non si può affermare che l’industria militare sia “il burattinaio di molti conflitti scoppiati dopo la fine della Guerra fredda”, continua Romano, ma è indubitabile che “ogni guerra garantisce all’industria delle armi un importante flusso di commesse e di finanziamenti pubblici necessari all’aggiornamento tecnologico degli arsenali”.

Le guerre non favoriscono solo l’industria militare. Romano ricorda ad esempio il ruolo della Halliburton nella guerra irachena, un’azienda privata specializzata in servizi petroliferi che aveva a capo Dick Cheney, diventato vice-presidente Usa (di fatto presidente, ché il povero George W. Bush contava nulla). Un’azienda che di fatto gestì tutto quel che ruotava attorno al petrolio iracheno, dallo sfruttamento dei pozzi ai servizi mensa.

I militari in politica e i politici tra i militari

Infine, Romano accenna al ruolo dei militari nella politica Usa, rammentando che oggi ci sono due generali nell’amministrazione americana, tre con Bolton, “più militare dei militari”.

Infine, andrebbe forse aggiunto allo scritto di Romano che un sistema di porte girevoli garantisce a tanti politici di accedere, a fine mandato, ai board di tali aziende. Compensi dovuti per i servizi resi.

Tali considerazioni fanno concludere all’ex ambasciatore che la Ue deve dare una svolta alla sua struttura militare e, ad esempio, “trasformare la Nato”, ormai obsoleta, in “un’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Unione”. Alleanza tra pari, è sotteso, non una tacita subordinazione dei Paesi Ue al potente alleato, come accade ora.

“Se non vi riusciremo continueremo a fare, sia pur di rimbalzo, le guerre degli americani”.

Abbiamo riportato questo ampio stralcio dell’articolo di Romano perché difficilmente si rinviene nella stampa mainstream tanta lucidità e libertà di pensiero.

Andreotti e i collegi blindati degli Stati Uniti

Vien da aggiungere una considerazione fatta a suo tempo da Giulio Andreotti, che ricordava come la struttura militare Usa sia dislocata alquanto omogeneamente nel territorio: praticamente tutti i collegi elettorali comprendono al loro interno delle basi militari, con annessi e connessi.

I singoli politici, dunque, che negli Usa hanno un radicamento territoriale molto forte (la loro fortuna dipende dal collegio di riferimento) sono così obbligati ad avere una interlocuzione con i militari ignota ad altri Paesi.

L’allarme di Dwight Eisenhower

Val la pena rileggere a tale proposito l’indimenticabile, quanto dimenticato, discorso di commiato del presidente Dwight Eisenhower del 17 Gennaio 1961:  nel governo della nazione “dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo di una sua disastrosa influenza progressiva”.

Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere a una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare […] in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”.

Dwight Eisenhower, ovviamente, era persone (ben) informata dei fatti…

Oggi che forte spira il vento di una nuova avventura bellica, quella contro l’Iran (anche se tanti sono i segnali di senso contrario), tali parole meriterebbero maggiore attenzione.

Certo, la complessa criticità iraniana ha varie concause, ma il fatto che una guerra di tale portata offra grandi opportunità all’industria militare non aiuta la ricerca di soluzioni diplomatiche.

Nella foto, Dwight Eisenhower

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