6 agosto

Venezuela: l'attentato a Maduro

Scudi antiproiettile a protezione di Maduro

Nicolás Maduro sabato scorso è scampato a un attentato, quando due droni carichi di esplosivo sono stati lanciati contro di lui.

Le accuse di Maduro

L’assassinio è fallito perché la guardia del corpo del presidente venezuelano è riuscita ad attivare contromisure elettroniche che hanno disturbato il controllo remoto dei velivoli senza pilota: privi di guida, sono esplosi senza conseguenze, il primo poco lontano dal presidente, l’altro contro un edificio.

Alcuni degli autori dell’attentato sono stati arrestati. Per quanto riguarda invece i mandanti, Maduro ha accusato i soliti sospetti: la Colombia, la destra venezuelana, l’America.

In particolare ha fatto il nome del presidente uscente della Colombia, Juan Manuel Santos, nulla importando che sia stato premio Nobel per la pace 2016.

Accuse mirate, quelle di Maduro, che non deve aver preso bene le dichiarazioni rilasciate da Santos il 30 luglio, quando ha affermato: “Vedo vicina la fine del regime di Maduro”. Frase che avrebbe acquisito significato  profetico se l’attentato fosse andato in porto.

Detto questo, è pur vero che egli aveva specificato che sperava ciò potesse accadere “pacificamente”, come ovvio per una dichiarazione pubblica che non voglia essere dichiarazione di guerra.

Di difese e di ipotesi

Ma al di là delle certezze di Maduro sui mandanti, che ci limitiamo a riportare, va detto che molti analisti d’Occidente irridono alle sue accuse.

Su tutti il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton, che dopo aver nettamente escluso un coinvolgimento Usa nella vicenda, ha affermato che l’attentato potrebbe essere stato “organizzato dallo stesso regime di Maduro” per rafforzarsi.

Un refrain rielaborato su tanti media. Che si ripete con ciclicità sconcertante. Quando nel 2017 il poliziotto-rambo Oscar Perez, attore fallito, mise a segno azioni spettacolari contro il governo (tirando bombe a mano contro la Corte Suprema e altro), i media occidentali dissero esattamente la stessa cosa (vedi ad esempio il Guardian di allora).

Non era così, tanto che Il governo gli diede una caccia spietata, che si chiuse purtroppo con la sua uccisione.

Appare sconcertante trattare un attentato a un capo di Stato, al di là delle simpatie che può suscitare, con tanta superficialità.

Anche in considerazione che l’assassinio del presidente venezuelano avrebbe innescato un mattatoio. Inevitabili, infatti, gli scontri tra opposte fazioni.

Anche i più feroci critici dello chavismo dovrebbero sperare che una sua eventuale caduta risparmi al popolo venezuelano un bagno di sangue. Ma tant’è.

Considerazioni a margine

Tralasciando gli interna corporis dell’attentato, due considerazioni. La prima è che chi ha orchestrato il colpo, alquanto sofisticato dato l’uso dei droni, non aveva un obiettivo limitato al solo Venezuela. Un omicidio politico di tale rilevanza ha portata globale.

La seconda riguarda il viaggio in Colombia di Bibi Netanyahu previsto in questi giorni, annullato all’ultimo minuto. Come hanno rilevato i giornali israeliani, non era mai successo prima che il premier annullasse un viaggio programmato.

L’insolito dietrofront è stato spiegato con gli imprevisti sviluppi del dialogo con Hamas, che richiedevano la presenza del premier in patria.

Spiegazione più che plausibile, anche se immaginare imprevisti sviluppi in tal senso richiede un atto di sfiducia nel servizio di informazioni israeliano.

A posteriori, potrebbe darsi un’altra ipotesi. Possibile che i servizi segreti israeliani abbiano avuto qualche segnale, seppur vago, di quanto si stava preparando in Venezuela e abbiano sconsigliato un viaggio che poteva esporre il premier a urticanti dietrologie?

Solo una suggestione, ovviamente, che non troverà riscontro o smentita, stante che i servizi sono appunto segreti.

Resta che la situazione drammatica del Venezuela, che, stretto tra una tenebrosa crisi economica e sanzioni asfissianti, non aveva certo bisogno di ulteriori criticità.

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