30 luglio

L’Oman e il negoziato segreto Iran-Usa

il ministro degli Esteri dell'Oman Yusuf bin Alawi bin Abdullah con il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad ZarifLe aperture di Trump a un nuovo negoziato con l’Iran (vedi Piccolenote), che fanno seguito alla revoca del trattato siglato a suo tempo da Obama, non sono cadute nel vuoto.

L’Oman e le vie segrete Usa-Teheran

Nonostante la polemica costante tra i due litiganti, qualcosa, sottotraccia, si sta muovendo anche sul fronte iraniano.

Sabato scarso, riporta il sito israeliano Debka, il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani ha affermato apertamente che se si riuscirà a trovare un consenso tra le forze politiche del suo Paese, Teheran è pronta a “negoziare un nuovo trattato” con gli Usa.

Apertura importante, sottolinea Debka, perché Larijani  è molto vicino all’ayatollah Khamenei, la guida spirituale del Paese.

Non solo: in altra nota, Debka rivela che Khamenei, in segreto, avrebbe dato mandato per esplorare la via dei negoziati.

Negoziati che passerebbero per l’Oman. Il 29 luglio il ministro degli Esteri della piccola monarchia del Golfo, Yusuf bin Alawi bin Abdullah, giunto negli States per incontrare Mattis, si sarebbe fatto latore di tale disponibilità.

Mattis, dal canto suo, avrebbe ricevuto da Trump  “il via libera per chiedere al ministro degli esteri dell’Oman di riaprire un canale indiretto con Teheran, ripetendo così il modello diplomatico segreto usato dal suo predecessore per trattare con la Repubblica Islamica”.

Obama si servì infatti dello stesso canale per avviare negoziati con Teheran. Detto questo, non sappiamo se la rivelazione di una trattativa segreta porti bene al successo della stessa. In genere complica… vedremo.

Negoziato o caos

La nota va forse integrata con quanto scrive David Rosemberg su Haaretz. Per il cronista israeliano le durissime sanzioni economiche contro l’Iran stanno funzionando. Teheran sarebbe stretta in una morsa dalla quale non può più uscire.

Molti analisti di altri Paesi non concordano, anzi spiegano che le sanzioni Usa sono destinate a fallire perché il fatto che la Turchia, l’India e la Cina siano determinate a comprare ancora petrolio iraniano porterebbe Teheran a superare l’attuale stretta.

Ma non è questo il punto. Ammettiamo che la strategia Usa sia vincente e che Teheran sia con l’acqua alla gola, come scrive Rosemberg. In tale situazione è ovvio che gli iraniani sarebbero praticamente costretti a chiedere un nuovo accordo.

Il problema, per Rosemberg, è che gli Usa potrebbero essere obnubilati dalla loro stessa strategia, tanto da spingere per un regime change indistinto. Tale che ne sarebbe travolta tutta la leadership iraniana.

E ciò perché gli Usa stanno mettendo “sulla stessa barca i moderati Rouhani e Zarif con i mullah più intransigenti”.

Spiega Rosemberg: “Dare una spinta per rovesciare un governo è la parte facile, forse ancora più facile che vincere le guerre commerciali, ma assicurarsi che il prossimo governo sia migliore (o persino che ci sia un governo) è molto più difficile. Il record degli ultimi anni non è stato molto buono, basta vedere Stati come la Libia o lo Yemen”…

Abbiamo riportato la delucidazione di Rosemberg perché aiuta a comprendere che le sanzioni, se non hanno uno sbocco diplomatico, rischiano solo di peggiorare la situazione. In Iran e in tutto il Medio oriente. Come sanno anche tanti in Israele, ai quali il cronista di Haaretz dà voce.

 

Nella foto: il ministro degli Esteri dell’Oman Yusuf bin Alawi bin Abdullah con il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif

 

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