10 luglio

Siria: Damasco riprende la frontiera con la Giordania

Siria: Damasco riprende la frontiera con la Giordania - esercito sirianoL’offensiva dell’esercito siriano nel Sud, nella provincia di Daraa, occupata dalle milizie jihadiste, ha riportato sotto il controllo di Damasco la frontiera con la Giordania. Uno sviluppo militare di rilevanza primaria, che chiude un nuovo capitolo della guerra siriana.

Un capitolo di alta rilevanza simbolica, dato che proprio a Daraa, nel 2011, erano iniziate le proteste contro Assad che in poco tempo hanno incendiato il Paese.

La Giordania e le milizie jihadiste di Daraa

Come avvenuto per il resto della Siria, a tale operazione militare hanno partecipato i russi, i quali hanno interpretato sia il ruolo di alleati di Damasco che di mediatori super partes, proponendo agli avversari negoziati volti a raggiungerne la resa. Strategia che ha evitato un bagno di sangue.

In realtà quanto accaduto è un po’ più complesso di un semplice confronto tra due nemici, stanti i legami tra le fazioni armate della provincia di Daraa e la Giordania, sponsor che da tempo ha soppiantato i loro più antichi sostenitori, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

A stare a quanto scrive al Manar, organo di informazione di hezbollah, è stata proprio la Giordania ad abbandonare al loro destino le milizie jihadiste.

Infatti, Amman avrebbe informato i suoi protetti “che il loro rifiuto di partecipare ai negoziati  gli sarebbe costato la perdita della copertura logistica, militare e politica”.

Per le milizie jihadiste era “ovvio che la minaccia non proveniva esclusivamente dalla Giordania, ma essa si muoveva su mandato americano, britannico e israeliano”, Paesi con i quali la Giordania si è interfacciata in questa lunga guerra.

Probabile che a giocare a favore di questa evoluzione sia stato anche il flusso di rifugiati siriani che, abbandonando le aree di guerra, si sono ammassati a ridosso dei confini israeliani e giordani, trovando chiuse le frontiere.

Una situazione che per la Giordania alla lunga poteva diventare insostenibile. Ora che le armi tacciono, i rifugiati sono potuti tornare nelle loro case (vedi la Stampa).

Le criticità Siria-Israele

Si chiude dunque una fase della riconquista del Sud della Siria da parte di Assad, ma resta da sciogliere un nodo, quello che vede il confronto diretto tra Damasco e Tel Aviv. E che verte sull’area nei pressi del Golan, che dal ’74 è stata dichiarata smilitarizzata.

In quest’area si sono asserragliate due fazioni terroriste: l’Isis e la sezione locale di al Qaeda,  Fatah Al-Sham (ex al Nusra), che pare abbia giurato fedeltà all’Isis stessa.

Damasco non può tollerare che l’Isis presidi un’area ai suoi confini. Mentre Tel Aviv ha fatto capire che non tollererà operazioni militari nella zona smilitarizzata. A tal proposito ha minacciato e fatto seguire alle minacce un rafforzamento delle difese sul Golan.

Questione delicata, che andrà a intrecciarsi con questioni internazionali più alte: può la Comunità internazionale tollerare l’esistenza di un Califfato dell’Isis, seppur in formato molto ridotto, dopo l’orrore dispiegato a piene mani in tutto il mondo?

Una criticità che si intreccia con la presenza iraniana in Siria. Netanyahu ne ha chiesto il ritiro. E appare irriducibile sul punto: tanto che sembra aver legato il suo destino politico (insidiato da inchieste della magistratura israeliana) al felice esito della sua richiesta.

Domani si recherà a Mosca per ribadire il suo diktat a Putin (sul punto vedi Piccolenote). Una visita anticipata da un messaggio esplicito: due giorni fa le forze israeliane hanno attaccato gli iraniani di stanza alla base militare siriana T4.

Netanyahu ha voluto dar sfoggio di determinazione. Difficile che Putin ceda su tutta la linea in spregio alle richieste dei suoi alleati mediorientali. Come difficile appare il compromesso. Vedremo.

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