23 giugno

Siria ancora a rischio escalation

Una nuova criticità si profila per la tormentata Siria. Le intenzioni di Damasco di riprendere il controllo del Sud-Ovest del Paese, ovvero le aree di Daraa e Quneitra ancora sotto il controllo di jihadisti e Isis, suscitano nervosismo crescente.

Israele da tempo ha avvertito che non tollera la presenza iraniana in Siria. Un avvertimento che si è fatto minaccia.

Siria e Russia hanno provato a tranquillizzare il nervoso vicino avanzando la proposta di allontanare iraniani ed hezbollah dai confini.

Proposta dalla quale discendeva la promessa che l’operazione nel Sud-Ovest  sarebbe stata condotta solo dall’esercito siriano. Sembrava che Israele avesse accettato l’offerta e dato luce verde all’operazione.

Ma qualcosa è cambiato negli ultimi giorni. Israele denuncia l’inganno: in realtà l’operazione vedrebbe coinvolti anche iraniani e miliziani di hezbollah, travestiti da militari siriani.

Una narrazione smentita dallo stesso ministro della Difesa Avigdor Liberman in un’intervista a una radio militare israeliana (ripresa dall’agenzia russa Ria Novosti).

Ma che ha continuato a circolare con insistenza, prendendo piede e alimentando sospetti e inquietudini.

Non solo Israele: l’area nella quale si sta dispiegando la manovra siriana vede la presenza della base militare Usa di al Tanf, posta in un angolo di mondo più che strategico, al confine tra Israele e la Giordania.

Tanto che le truppe siriane sono arrivate a contatto con i militari americani. Un incontro ravvicinato più che pericoloso.

E il nervosismo israeliano è diventato americano: l’ambasciatrice all’Onu Nikki Halley ha accusato siriani e russi di violare la tregua stabilita a suo tempo tra Trump e Putin.

E ha tuonato: “la Russia sarà responsabile per eventuali escalation in Siria“. Parole da non sottovalutare, stante che la Halley è consegnata al Verbo neocon. Con tutto quel che consegue.

Intuendo il pericolo, Damasco ha posto un freno alla sua manovra, che procede con lentezza anche se con eguale determinazione.

Deve evitare pericolosi incidenti di percorso che potrebbero essere usati da quanti vogliono un’escalation per far scattare nuove ritorsioni contro Damasco.

Escalation che potrebbe essere provocata anche dall’ennesimo attacco chimico in terra siriana.

In questi giorni più volte i russi hanno denunciato operazioni clandestine dei cosiddetti ribelli siriani, i quali starebbero lavorando a un’ipotesi del genere: un attacco chimico da addossare ad Assad per innescare la reazione occidentale.

Momento teso, dunque. E a rischio. Assad non può permettere la sussistenza di aree controllate dall’Isis nel suo Paese, benché residuali.

I rischi sono evidenti: tali sacche a oggi possono apparire del tutto disinnescate, ma l’Isis ha dimostrato di avere risorse imperscrutabili, come fu evidente alla sua epifania, quando in pochi giorni occupò mezzo Iraq.

Netanyahu, dal canto suo, non può cedere: le inchieste della magistratura israeliana lo inseguono, tanto che in questi giorni è finita sotto inchiesta la moglie Sarah.

Se è ancora saldo al comando è perché è riuscito a presentarsi agli israeliani come l’unico baluardo all’abisso. Un ruolo che lo obbliga a ricercare la conflittualità, in una lotta continua che lo veda sempre indispensabile e vincente.

Anche i neocon americani hanno il loro tornaconto nel conflitto continuo: sull’esito della guerra siriana sta o cade la loro strategia mediorientale, iniziata con la guerra in Iraq. Da qui l’ulteriore irrigidimento.

Bizzarro, o forse no, che il contrasto ad Assad favorisca l’Isis e i suoi affiliati. Ma tant’è.

In altra nota abbiamo dato notizia del prossimo viaggio del guru neocon in Russia. È ovvio che parlerà anche del destino della Siria. Vedremo.

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