21 giugno

Il presidente degli Stati Uniti va in Russia

No, il titolo non si riferisce a Donald Trump, ma a John Bolton, la cui visita in Russia è stata annunciata oggi dal portavoce del Cremlino.

E no, non è un titolo per attirare l’attenzione: nasce, infatti, dalla constatazione dei rapporti di forza all’interno della Casa Bianca, che vedono Bolton in posizione di vantaggio sul presidente.

Ciò perché il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il terminale dei neocon, ai quali il post 11 settembre ha consegnato un’influenza decisiva negli Stati Uniti.

Lo scambio di Bolton

L’ascesa di Bolton è coincisa con quella di Mike Pompeo, chiamato a dirigere il Dipartimento di Stato, in quella che è stata la mossa più decisiva fatta da Trump da quando è presidente.

È evidente che Bolton ha guadagnato l’ambita poltrona (in sostituzione di Raymond Mc Master) in cambio di un placet dei neocon alla pax coreana.

Un dossier da tempo seguito da Pompeo che, da Segretario di Stato, ha potuto portare a (provvisorio) compimento il suo lavoro.

Certo, il placet neocon è stato parziale e non senza contrasti, ma lo scambio ha funzionato.

Tanto che sono state sospese anche le esercitazioni congiunte di Stati Uniti-Giappone-Corea del Sud, moratoria che Trump aveva promesso a margine del trattato firmato con Kim Jong-un, suscitando le ire dei falchi.

Nello scambio era prevista un’ulteriore iniziativa: la revoca dell’accordo sul nucleare iraniano, alla quale Trump ha ottemperato.

Una vittoria dei neocon che però ad oggi non gli ha consegnato il risultato sperato, ovvero il collasso dell’odiata Teheran. Tutto è rimasto bloccato, dato che i rapporti di forza sul campo non consentono opzioni belliche a costo zero.

Lo  stallo mediorientale

Proprio lo stallo in Medio oriente sarà al centro dei colloqui che Bolton intratterrà a Mosca, dal momento che la presenza militare russa in Medio oriente è fattore non secondario di tale blocco.

I temi sensibili sono tanti. Anzitutto c’è la Siria: Israele (e i neocon) chiede che sia ritirata la presenza iraniana nel Paese.

Inoltre occorre dirimere le controversie legate allo sviluppo dell’offensiva dell’esercito di Damasco nel Sud del Paese, che potrebbe portare i militari di Assad a ridosso delle truppe israeliane schierate sul Golan.

C’è il rischio di escalation. Che potrebbero innescarsi anche per le controversie legate al confine dei due Stati.

Inoltre c’è il cosiddetto “piano di pace” israelo-palestinese che la Casa Bianca si appresta a varare. Anche questo è a rischio reazioni, stante il pericoloso sbilanciamento Usa verso Israele.

Infine, c’è da gestire l’influenza dell’Iran in Medio oriente, che i neocon vorrebbero quantomeno ridimensionare.

Le richieste dei neocon sono note; come anche la determinazione di Putin a difesa dei suoi alleati siriani e iraniani.

Difficile che Bolton pensi di convincere il suo interlocutore a cedere su tutta la linea. Pretesa utopica. Vuole banalmente trattare.

La visita ha un altro risvolto, non meno importante. Dopo le elezioni russe, Trump annunciò di voler incontrare Putin. Fu sommerso da un’ondata di critiche, ché la distensione Mosca-Washington suscita contrasto in ambiti potenti.

La prospettiva sembrava naufragata. Invece, dopo la pace coreana, Trump ha ribadito la sua intenzione. Confermandola ulteriormente all’inizio di giugno a margine del G7.

Il fatto che l’ambasciata americana a Mosca abbia confermato la prossima visita di alcuni senatori americani in Russia indica che qualcosa si muove. Il viaggio di Bolton a Mosca è suggello e conferma autorevole.

Ciò rende ulteriore ragione al titolo che abbiamo scelto per la nostra nota: non un gioco a effetto, ma una prospettiva. Non ancora certa, ma più che probabile.

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