6 giugno 2018

Andreotti e Cosa Loro (4)

Falcone e Borsellino. Furono loro a fare il maxi processo. Usando anche delle rivelazioni di MannoiaNella nota precedente avevamo accennato all’incredibile credibilità del pentito Marino Mannoia, la cui dichiarazioni sono risultate decisive per indurre i giudici dell’appello del processo Andreotti a dare per avvenuti due incontri tra lo statista e il boss mafioso Stefano Bontate.

La Cassazione

Tali incontri sarebbero avvenuti tra la primavera del ’79 e i primi mesi dell’80. Nel primo Andreotti avrebbe chiesto ai boss di non uccidere l’allora presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella. Nel secondo, dopo il brutale assassinio, avrebbe rimproverato i boss e preso le distanza da essi, dando un’impronta anti-mafia alla sua attività politica.

Fin qui la sentenza d’appello del processo, ribadita anche dalla Cassazione, che ne rileva la logicità narrativa (anche se specifica che ci possono essere altre narrazioni  dei fatti, altrettanto logiche).

Certo, da magistrati e giudici non si può pretendere scrivano la storia. Ma un po’ di storia, invero, aiuta a comprendere certi avvenimenti.

Piersanti Mattarella come Moro

Piersanti Mattarella venne ucciso il giorno dell’epifania del 1980. Un omicidio politico speculare al delitto Moro. Anche Mattarella, infatti, fu ucciso per aver aperto al Pci, con l’accordo del quale governava la Sicilia.

Un’apertura che era stata fatta da Salvo Lima, il leader della corrente andreottiana siciliana, protagonista di quello strappo.

L’omicidio Mattarella viene infatti preceduto, e non certo per caso, da quello del braccio destro di Lima, Michele Reina, assassinato il 6 marzo del 1978.

L’assassinio di Reina diede avvio agli omicidi politici in Sicilia, proseguiti appunto col delitto Mattarella e conclusi con l’uccisione del segretario regionale del Pci Pio La Torre, fulminato il  30 aprile dell’82.

Falcone, indagando su Mattarella, aveva battuto la “pista nera”, mettendo sotto accusa i neofascisti Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, per i quali spiccò un mandato di cattura, che non ebbe però seguito.

Il magistrato era convinto che gli omicidi politici siciliani non fossero solo cose di Cosa nostra, ma erano da collegarsi alla strategia della tensione.

Quella strategia culminata, a livello nazionale, nell’omicidio Moro. Fallito il compromesso storico a Roma, ideato da Andreotti e Moro, questo proseguì in Sicilia, grazie all’accordo tra la corrente di Lima, la sinistra democristiana e il Pci siciliano.

Reina, braccio destro di Lima, aveva appena raggiunto l’accordo col Pci quando fu assassinato. Era il giorno 6 (marzo), come in un altro 6 (gennaio) sarebbe stato fulminato Mattarella. Numerologia infausta e forse non casuale.

I pentiti Buscetta e Mannoia

A “chiudere” definitivamente la pista che  portava alla strategia della tensione furono i pentiti Buscetta e Contorno, ai quali si aggiunse in seguito Mannoia. Sia Buscetta che Mannoia avevano vissuto molti anni in America, gestiti dall’Fbi.

Furono tali pentiti a circoscrivere i delitti al solo ambito mafioso, togliendo dal piatto la pista della strategia della tensione, che certo irritava potenti ambiti atlantisti, accusati da media, libri e uomini politici e di cultura di aver usato tale strategia per impedire l’accordo tra Dc e Pci.

Falcone accolse le  dichiarazioni dei pentiti perché gli permettevano di chiudere un capitolo importante della mafia, stante che furono indispensabili per far condannare la cupola mafiosa diretta da Michele Greco.

Detto questo, al magistrato siciliano essi non raccontarono le sorprendenti rivelazioni che fecero successivamente al processo Andreotti: perché non li avrebbe creduti, come avvenne per il pentito Pellegriti, che accusò Lima di essere mafioso e Falcone lo condannò per calunnia.

Non solo Falcone, Tanti non hanno mai creduto, né credono, a quella spiegazione riduttiva, ribadendo la veridicità della prima convinzione di Falcone.

Sul punto ne scrive, ad esempio, Giovanni Grasso, portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel suo ultimo libro, “Piersanti Mattarella, uomo solo contro la mafia”, ribadisce quel che ha sempre sostenuto la moglie di Piersanti, che si trovava con il marito quando fu ucciso.

Per lei il killer era Giusva Fioravanti. L’aveva visto in faccia e non poteva sbagliare.  Anche il figlio, che racconta lo spietato omicidio e lo collega al delitto Moro (cliccare qui) indicherà nel killer nero l’assassino del padre. Alla prossima puntata.

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