2 giugno

Il governo di Sanchez e le sulfuree evocazioni italiane

pedro sanchezNel giorno in cui si insedia il nuovo governo italiano, in Spagna il Parlamento ha dimissionato Mariano Rajoy. Nuovo primo ministro è il socialista Pedro Sanchez.

Il governo di Sanchez e gli indipendentisti catalani

Rajoy, delfino di José Maria Aznar, cade per una mozione di sfiducia motivata da alcuni scandali. Ma a perderlo ha contribuito il braccio di ferro impegnato contro gli indipendentisti catalani, i cui voti ieri sono risultati decisivi.
Peraltro lo indica la tempistica: nello stesso giorno è nato anche il nuovo governo catalano, presieduto da Quim Torra.
Questi si era insediato a metà maggio, ma il suo governo era stato bocciato da Madrid perché affidava incarichi a membri del partito indipendentista ristretti in carcere o riparati all’estero. Ieri Quin Torra ha licenziato il nuovo governo della Generalitat, sostituendo i ministri bocciati.
I socialisti e gli indipendentisti negano accordi, cosa che peraltro farebbe perdere consensi ad ambedue. Dunque ci sarebbero solo convergenze.
Ma è possibile che tali convergenze pongano fine alla contrapposizione tra Madrid e indipendentisti attraverso la concessione di un’autonomia regionale, strada già percorsa in passato e poi revocata.
Al di là degli interna corporis spagnoli, sarà importante verificare l’approccio del nuovo governo all’Unione europea. Se cioè sarà aperto a istanze di riforme, più probabile se Sanchez si alleerà con Podemos, o meno.
Quando nel 2017 fu chiamato a formare il governo con Podemos, Sanchez ipotizzò la nascita di un “gobierno de cambio”. Non riuscì, ma è interessante ricordarlo ora che in Italia inizia un “governo di cambiamento”, come da auto-definizione. Anche se le similitudini finiscono qua.

Il governo italiano e l’evocazione di Mario Draghi

Sulla nascita del governo italiano, un cenno interessante di Francesco Verderami sul Corriere della Sera.
In un articolo su Giancarlo Giorgietti, uomo-indispensabile della Lega, scrive: «”Mercoledì sera […] la sera che ha cambiato il corso della legislatura, è entrato nella stanza dove c’era lo stato maggiore leghista ed è stato netto: “Ho parlato con il demonio”, ha esordito sorridendo. Poi si è fatto serio: “Il governo va fatto, troviamo una soluzione su Savona e chiudiamo”. “Chi è il demonio?”, gli è stato chiesto. “E’ un italiano che non sta in Italia. È un mio amico”».
«Di amici Giorgietti ne ha tantissimi, una rete di relazioni che coltiva nella riservatezza. Maroni, negli anni in cui era al Viminale, si rivolse a lui per conoscere Draghi, che all’epoca stava in Bankitalia. Alla fine del colloquio il titolare dell’Interno volle capire: “Ma gli dai del tu?”. E l’altro “Certo, è mio amico”».
I media hanno riportato che il presidente della Bce era avverso alla nomina di Paolo Savona all’Economia (vedi Repubblica). E che il “no” del presidente Sergio Mattarella all’economista abbia avuto il supporto o la determinazione di Draghi.
Come è più che probabile che l’incarico affidato a tal Cottarelli godesse dei favori dello stesso. L’aneddoto di Verderami suggerisce che Draghi abbia compreso che il “governo della sfiducia” a guida Cottarelli era velleitario. Da qui la necessità di un compromesso.
Giorgetti non è stato l’unico a prodursi in evocazioni sulfuree in questi giorni. Lo ha fatto anche Steve Bannon, lo stratega di Trump, che ha seguito da vicino la crisi italiana. Così Bannon: «”L’Italia sta combattendo una grande battaglia contro il “partito del diavolo” che, bloccando il governo Conte, ha “gettato la maschera”».
Al di là delle evocazioni suggestive, quanto riportato conferma l’ipotesi che la crisi si sia risolta con un grande compromesso. In cui tutti hanno ceduto qualcosa.
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