19 maggio

Il “ripugnante” Bolton

Johnn boltonTrump annulla le esercitazioni militari a ridosso della Corea del Nord. Almeno una parte, quella più provocatoria, ovvero le esercitazioni dei bombardieri, ché ormai a macchina avviata non era possibile innestare l’indietro tutta.

Un gesto distensivo, che va nella direzione di quanto richiesto da Kim Jong-sun, il quale aveva dichiarato che tali manovre erano un’aperta provocazione contro il suo Paese. E in contrasto con lo spirito di riconciliazione necessario a raggiungere un’intesa con Seul e Washington.

Dichiarazioni inequivocabili, accompagnate dalla rottura delle trattative con la Corea del Sud e gli Stati Uniti.

Anche se Kim si era premunito di tenere aperta la porta a una ripresa dei colloqui di pace, dando seguito alla promessa di smantellare il sito dedicato allo sviluppo dell’atomica nordcoreana.

Trump, dunque, ha dato il segnale richiesto dal suo interlocutore, in questo spalleggiato dal Segretario di Stato Mike Pompeo, che si sta spendendo per raggiungere l’intesa.

Non sappiamo se ciò sarà sufficiente a dissipare le inquietudini di Kim, ma di certo la fretta con la quale il presidente americano ha risposto a Pyongyang denota la sua determinazione a portare a casa il risultato.

Trump vuole a tutti i costi questo accordo. Gli serve per ostentare un successo in politica estera, certo. Ma anche per dire a quanti, negli Usa e nel mondo, hanno puntato su di lui come alternativa alla neocon-liberal Hillary Clinton che, nonostante tutti i cedimenti, sta ancora dalla loro parte.

Anche per questo i neocon stanno tentando di far saltare tutto. Indicativa in tal senso la dichiarazione del Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il quale ha affermato che con Pyongyang occorreva raggiungere un accordo sul “modello Libia”.

Effettivamente, Gheddafi nel 2003 aveva imboccato il sentiero della denuclearizzazione. Non gli portò bene, dal momento che fu tragicamente travolto dalla guerra scatenata contro il suo Paese (il suo brutale assassinio fu salutato dall’euforico “Wow” della Clinton; va ricordato a quanti avevano sperato in Trump e oggi si domandano se era meglio la sua avversaria).

Le parole di Bolton servivano dunque a seminar zizzania. A far pensare a Kim che l’accordo con gli Usa l’avrebbe privato dell’unico strumento di deterrenza sul quale poter contare per impedire un attacco contro il suo Paese.

Un implicito invito a dubitare e a rigettare le profferte di Trump. Da qui l’epiteto di “ripugnante” indirizzato a Bolton dalle autorità nordcoreane.

Significativo anche per la sua puntualità: indica che Kim non considera Trump un nemico, ma i neocon.

Nello specifico, il Consigliere per la sicurezza nazionale che li rappresenta in seno all’amministrazione Usa.

Una dichiarazione dal valore storico. Nessuno ha mai censurato in modo così aperto e plateale il superfalco che oggi siede alla destra di Trump.

Nel caso specifico, Kim ha parlato a nome di tutte le vittime delle guerre neocon. E a nome del mondo. Almeno di quella parte di mondo che spera in un futuro meno conflittuale.

“Ripugnante”: un epiteto puntuale. E irrevocabile.

Nota a margine. La Cina ha concluso il primo test marino della sua seconda portaerei. Due portaerei sono tante. Ed evidenziano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, la portata globale delle ambizioni del Dragone, dal momento che si tratta di dotazioni militari di sostegno a operazioni a distanza.

Ne scriviamo a margine di questa nota perché la pace intercoreana è parte, se non necessaria, di certo ausiliare, di tale prospettiva globale.

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