15 maggio

Andreotti e Cosa loro

Francesco Marino Mannoia, superpentito che accusa AndreottiC’è stata nuova maretta riguardo la sentenza Andreotti, sulla quale val la pena spendere due righe. Sul Foglio, Maurizio Crippa stigmatizzava una scena della fiction di Pif, Pierfrancesco Diliberto, nel quale, subito dopo l’omicidio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, veniva registrato che Andreotti incontrava il boss Stefano Bontate.

Ne è nata una polemica, nella quale i soliti ambiti hanno ribadito che quanto racconta Pif è veritiero, che la Cassazione ha registrato come avvenuti i due incontri di Andreotti con il boss, quindi Andreotti è mafioso.

Sono tanti ad agitare questa sentenza per alimentare la leggenda nera contro Andreotti. Sì, è stato assolto, ma è mafioso lo stesso perché la Corte ha riconosciuto la sua appartenenza alla mafia fino all”80, anche se prescritta.

Anzi, una volta mafioso, è mafioso per sempre, come da tesi della procura che pure è stata smantellata dalla Cassazione.

Rileggiamo la sentenza della Cassazione, la quale ratifica senza entrare nel merito, la sola sentenza dell’Appello, ignorando del tutto il verdetto del primo grado che ha assolto Andreotti.

Infatti, alla Cassazione, come si legge nella sentenza, non “è consentito scegliere quale delle due sentenze di merito sia più rispettosa dei consueti canoni ermeneutici”.

Essa cioè può solo verificare la logica intrinseca e la non fallacia giuridica, diciamo così, dell’Appello (anche se, per assurdo, per chi scrive non tanto, fosse più veritiera la sentenza del primo grado).

Cioè può solo valutare se la sentenza d’appello “è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti […] una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica”.

Ma al di là. La sentenza della Cassazione riporta, in sintesi, i contenuti della sentenza d’Appello, per analizzarne la ragionevolezza.

La sentenza d’Appello, come da sintesi dei magistrati della Cassazione, rivela un asserito legame tra Giulio Andreotti e la mafia “moderata” (così nella sentenza), quella che faceva capo a Stefano Bontate; qualificata come una “disponibilità” di Andreotti, stante che non è stato rinvenuto nessun suo effettivo intervento a favore dei mafiosi.

Secondo la Corte d’Appello, però, “Andreotti aveva oggettivamente sottovalutato la pericolosità dei suoi interlocutori, ma le sue certezze nei loro confronti si erano infrante tra la seconda parte del 1979 e l’inizio del 1980, allorché, chiamato a interessarsi della questione Mattarella [la mafia voleva ucciderlo perché la contrastava, ndr.], aveva indicato nella mediazione politica la possibile soluzione (fonte Francesco Marino Mannoia), che, tuttavia, dopo alcuni mesi, era stata del tutto disattesa dai mafiosi, i quali avevano assassinato il Presidente della Regione, scelta che aveva sgomentato Andreotti, il cui realismo politico non si spingeva fino a contemplare l’omicidio del possibile avversario.”

Sempre secondo la Corte, “la drammatica disillusione, l’emozione suscitata dall’estrema gravità del tragico assassinio di Piersanti Mattarella, soppresso alla presenza dei familiari, e lo smacco provato nell’aver visto la sua indicazione disattesa spiegherebbero la sua decisione di ‘scendere’ a Palermo e di incontrare nuovamente gli interlocutori mafiosi per chiedere chiarimenti e non certo per felicitarsi della soluzione che pure era stata, in definitiva, foriera di notevoli vantaggi per il suo gruppo politico locale e per i suoi amici, tra cui Salvo Lima. I reclami e le critiche di Andreotti sarebbero stati, nell’occasione, tanto fermi e insistiti da suscitare l’irritazione di Bontate”, tanto che il boss lo minacciava.

L’omicidio Mattarella  avrebbe dunque “convinto Andreotti a distaccarsi in modo irreversibile e definitivo da Bontate e da tutto ciò che costui rappresentava”.

Non solo: la disamina processuale indica irrevocabilmente che negli anni postumi “era emerso un sempre più incisivo impegno antimafia, condotto dall’imputato [Andreotti, ndr.] nella sede sua propria dell’attività politica”.

Insomma, la stessa Corte di Cassazione smentisce gran parte della leggenda nera costruita contro Andreotti. Per la sentenza, Andreotti avrebbe intrattenuto rapporti con la mafia “moderata”, così nel testo (anche se non sono stati trovati riscontri di favori effettivamente resi, val la pena sottolinearlo).

Egli però ne aveva sottovalutato la pericolosità, anche perché “il concomitante problema del terrorismo aveva costituito l’emergenza primaria per il Paese e, quindi, aveva assorbito l’attenzione degli uomini che, a vario titolo, ne incarnavano le istituzioni”.

Come si vede, la sentenza d’Appello, che non condividiamo affatto nella parte in cui accenna ai rapporti intrattenuti da Andreotti con la mafia fino agli anni ’80, smaschera i grandi inquisitori che la sbandierano per alimentare la leggenda nera su Andreotti. A stare alla sentenza, tale narrazione è vera, ma fino a un certo punto, anzi…

Ad oggi ci fermiamo qui, torneremo sul pentito Mannoia, il più credibile secondo la sentenza d’Appello, che proprio sulle sue dichiarazioni sta o cade.

Ricordando che la sentenza non solo valuta la condotta di Andreotti prima dell’80 spregiudicata ma niente affatto sanguinaria, da cui anche la prescrizione, ma riconosce ad Andreotti il titolo di politico “antimafia” per gli anni a venire (bizzarro, vero?). Va ricordato. Alla prossima puntata. Ne vedrete delle belle.

Nella foto, Marino Mannoia

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