12 maggio

Medio oriente: ipotesi Guerra Fredda

“Ora che Trump ha finalmente respinto la fantasia dell’era di Obama, che fosse possibile attirare l’Iran fuori dalle sue allucinazioni teocratiche, potrebbe emergere un vero equilibrio di potere. Da un lato, l’Iran e i suoi alleati, sponsorizzati dalla Russia. Dall’altro, una coalizione arabo-israeliana-americana di apertura e libero mercato”. Così sull’editoriale di Weekly Standard, la rivista dei neoconservatori americani, a commento della decisione Usa di abbandonare il trattato sul nucleare iraniano.

Un cenno più che interessante, che fa il paio con un cenno di un articolo di Warren Strobel sulla Reuters, secondo il quale ci sono analogie tra quel che è avvenuto al tempo della guerra irachena e oggi.

“Quindici anni dopo aver invaso l’Iraq per le armi di distruzione di massa e i legami con al Qaeda che si sono rivelati inesistenti, gli Stati Uniti stanno di nuovo avviandosi verso un possibile confronto con un potere mediorientale a causa di sospette attività riguardanti le armi nucleari e il sostegno al terrorismo”.

“‘Ci sono analogie inquietanti e preoccupanti’ sull’uso improprio dell’intelligence di allora e di oggi, ha detto Paul Pillar, il principale analista dell’intelligence statunitense per il Medio Oriente dal 2001 al 2005”. Si legge sempre nell’articolo di Strobel.

E però: “La domanda è: stiamo affrontando lo stesso scenario dell’Iraq per quanto riguarda le armi di distruzione di massa e la regione sarà trascinata in guerra?”, si chiede Faysal Abdul Sater, analista libanese vicino al gruppo sostenuto dall’Iran Hezbollah.

“Secondo me, la situazione è diversa, anche se il grado di ostilità è aumentato”, scrive Sater. “Per quanto riguarda un attacco diretto all’Iran, è improbabile perché porterebbe necessariamente ad una guerra globale che nessuna delle parti potrebbe sostenere”.

Prima che Trump stracciasse l’accordo sul nucleare iraniano, una delle domande ricorrenti tra analisti e esponenti di intelligence era: e dopo che succede? Se è certo che l’iniziativa americana avrebbe creato ulteriore instabilità e posto le premesse per un altro conflitto mediorientale, non è altrettanto certo che tale possibilità si concretizzi.

Lo si è visto proprio ieri notte, quando Israele ha attaccato asserite postazioni iraniane in Siria. Una notte di guerra per Israele, che poteva preludere a una drammatica escalation.

Ma mentre ciò avveniva, l’America, che sembrava ormai decisamente discesa in campo a favore di Israele, pensava ad altro.

Trump esultava via tweet per il successo della missione del segretario di Stato Mike Pompeo, di ritorno dalla Corea del Nord con tre prigionieri americani, incarcerati da anni dal governo di Pyongyang, e la data del prossimo incontro tra il presidente americano e quello nordcoreano Kim Jong-sun (12 giugno a Singapore).

Né andava diversamente sul fronte europeo, intento a contabilizzare i danni economici e politici che andrà a subire a causa della mossa americana, che non saranno pochi, e a capire come uscire dalla nuova criticità.

Più che interessante la dichiarazione della Merkel, la quale ha affermato che l’Europa non può più contare sulla protezione degli Stati Uniti: una presa di distanza dallo storico alleato senza precedenti che va seguita.

Insomma, Israele si è ritrovata sola, come spiega  Raphael Ahren su Timesofisrael. Certo, al solito, ha incassato la solidarietà occidentale contro l’asserita aggressione iraniana (in realtà una reazione, peraltro solo dimostrativa e limitata al Golan, dunque non in territorio israeliano, al massiccio attacco dell’aviazione di Tel Aviv).

Non solo. Ahren si duole che le infiammate dichiarazioni anti-iraniane di Trump di questi giorni “erano prive di una qualsiasi minaccia riguardo un’azione militare. Di certo non ha preso un impegno concreto per agire per impedire il radicamento dell’Iran in Siria”.

“Trump sa che la sua base politica negli Stati Uniti detesta l’idea del coinvolgimento americano in un’altra guerra in Medio Oriente”, continua Ahren, e se in passato ha agito due volte contro la Siria con attacchi missilistici one shot, “si è sempre preso la briga di dichiarare che non desidera impantanarsi in una complicata campagna di terra”.

Inoltre Ahren ricorda le dichiarazioni del vice segretario di Stato aggiunto degli Stati Uniti, Andrew Peek, di martedì scorso: “L’azione volta a limitare e ridurre l’influenza maligna dell’Iran sarà un prodotto di pressioni finanziarie e politiche”.

Il fatto che il ministro della Difesa israeliano abbia tirato subito il freno a mano riguardo una possibile escalation militare contro l’Iran la dice lunga sui timori che iniziano a serpeggiare tra i fan(atici) di questa opzione.

Che pare stiano attutendo la portata delle loro pretese, come sembra rivelare la nota di Weekley Standard che abbiamo messo in esergo a questo articolo.

Una nota più che interessante, che prevede una sorta di Yalta mediorientale, che ad oggi è l’unica vera opzione perché la regione ritorni a un minimo di stabilità.

Da notare che i raid israeliani non stanno affatto impedendo le manovre dell’esercito siriano, che continua a riprendersi fette di territorio strappandolo al controllo delle milizie jihadiste. In questi giorni sta portando a compimento la riconquista di una vasta area a Sud di Damasco, quella di Yarmuk, dove da anni si era incistato l’Isis.

Dopo i giorni di euforia seguiti all’abbandono del trattato nucleare iraniano da parte di Trump, in Israele iniziano a circolare dubbi sul fatto che la partita iraniana possa chiudersi in fretta e con una vittoria decisiva da parte di Tel Aviv.

Ad oggi sembra che Israele si stia attestando su quanto affermato da Lieberman: il confronto con Teheran continua, ma circoscritto alla Siria. Una guerra di attrito che potrebbe durare tempo e dalle mille variabili. Prospettiva infausta per il popolo siriano, da tempo stretto da una guerra che sembra non dover finire mai.

Ma che alla fine potrebbe anche trovare soluzioni altre da quelle militari. Colpisce che la risposta iraniana ai raid di Tel Aviv sia stata limitata al Golan.

Teheran ha inteso dare una risposta dimostrativa, nulla più. Segno che in ambedue i fronti, sottotraccia e forse tramite i russi, c’è chi sta frenando l’avvio di avventure senza ritorno.

In questi giorni si apre l’ambasciata americana a Gerusalemme, gli israeliani festeggiano i settanta anni della nascita del loro Stato e, parallelamente, gli arabi ricordano “la catastrofe”, come viene definito in molti ambiti arabi tale evento (previste massicce manifestazioni a Gaza).

Ricorrenze importanti per verificare il livello della criticità regionale.

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