4 maggio

Mattatoio Yemen: il j'accuse del NYT

“Sembra che il Pentagono e l’amministrazione Trump abbiano ingannato gli americani sul crescente coinvolgimento militare nella guerra in Yemen con la quale non dovremmo avere nulla a che fare”. Inizia così l’editoriale della redazione del New York Times di oggi, che rivela come dei “commandos” americani siano stati inviati al confine tra Yemen e Arabia Saudita per “localizzare e distruggere” i missili lanciati dai ribelli Houti contro i sauditI e i loro siti di lancio.

Yemen: la guerra segreta Usa

Un’altra “guerra segreta” Usa. “Tale coinvolgimento”, prosegue infatti il NYT, “smentisce le affermazioni del Pentagono secondo cui gli aiuti militari americani alla campagna guidata dai sauditi nello Yemen sono limitati al rifornimento di carburante, alla logistica e all’intelligence, e non sono legati al combattimento”.

E ricorda come, in un’audizione al Senato, iI generale Joseph Votel, capo dello United States Central Command, abbia assicurato: “Non siamo ingaggiati in questo conflitto”.

E non solo in Yemen. Le truppe americane sarebbero ingaggiate contro gruppi estremisti solo leggermente legate agli houti in “almeno 14 paesi”.

“Gli houti non sono una minaccia per gli Stati Uniti”, continua il NYT, “ma sono legati all’Iran” e ciò accresce il rischio di un conflitto diretto con Teheran, cosa che d’altronde sembra essere un “obiettivo” sempre più pressante dell’amministrazione americana.

Una guerra che gli Stati Uniti conducono senza che né il presidente né i generali abbiano sostenuto un dibattito al Congresso.

Le infinite guerre e progressive dei neocon

Quanto sta avvenendo è una conseguenza dell’attentato dell’11 settembre, che ha ridotto “controlli” ed “equilibri”.

Da allora i cittadini americani “sono diventati indifferenti alle infinite guerre intraprese dal Paese contro i terroristi e il Congresso ha in gran parte abdicato al suo ruolo costituzionale di condividere con il presidente la responsabilità di inviare truppe in battaglia”.

E conclude: “La brutale campagna saudita in Yemen ha creato una delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con almeno otto milioni di persone sull’orlo della carestia, un milione di persone presumibilmente affette dal colera e due milioni di sfollati”.

[…] “L’uccisione di migliaia di civili e la privazione di aiuti umanitari, la cui colpa ricadrebbe, secondo i suoi accusatori, per lo più sull’Arabia Saudita, potrebbero rappresentare crimini di guerra dei quali gli Stati Uniti sarebbero complici”.

Non troverete traccia delle stragi perpetrate in Yemen né delle privazioni imposte alla popolazione civile per far crollare il fronte avversario.

Ciò perché, con l’ascesa al potere di Mohamed bin Salman, l’Arabia Saudita conosce vincoli più stretti con l’Occidente. Una prossimità accresciuta dalla campagna anti-iraniana alimentata dai neocon,  che fa di Ryad, da tempo in rotta con Teheran, un alleato imprescindibile.

Qualche esempio: qui i 150 morti per un bombardamento avvenuto a un funerale (l’articolo è del 2016, quando ancora al potere non c’era Mohamed Bin Salman e se ne scriveva qualche volta); qui i 33 morti per il bombardamento avvenuto durante un matrimonio; qui i 38 morti della strage più recente.

Il rapporto delle pagine dedicate ai morti civili in Siria rispetto a quelli in Yemen è, azzardiamo per difetto, di 10.000 a 1.

Una miopia mediatica che si spiega con gli interessi divergenti dell’Occidente rispetto ai due conflitti: in Siria ha tutto l’interesse a denunciare gli asseriti crimini di Assad (ma tace su quelli, ben più efferati e ingiustificabili, commessi dai cosiddetti ribelli, consegnati al progetto dell’ennesimo regime-change neocon); in Yemen non ha alcun interesse a creare imbarazzo a un alleato.

Ma è confortante registrare la ferma presa di posizione del prestigioso quotidiano americano rispetto al mattatoio yemenita. C’è ancora un giudice a New York (Times).

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