19 aprile

Grossman e i 70 anni di Israele e della Palestina

Ieri Israele ha celebrato i settanta anni della sua fondazione. Il Paese si è fermato per ricordare “la realizzazione, per la prima volta in duemila anni, del sogno dell’indipendenza ebraica nella nostra patria”, come ha dichiarato in un’intervista alla Stampa il presidente Reuven Rivlin.

Ha suscitato reazioni la celebrazione congiunta, avvenuta a Tel Aviv, di una delegazione di palestinesi e cittadini israeliani. Per aver luogo, tale incontro ha dovuto giovarsi del verdetto della Corte Suprema, che ha permesso alla delegazione palestinese di entrare in Israele, superando gli ostacoli di ordine politico e burocratico che erano stati opposti.

Sia la sentenza della Corte che la manifestazione stessa hanno provocato reazioni sdegnate in Israele. Ma, dato il clima, era inevitabile.

Tra i promotori del convegno anche lo scrittore David Grossman, che ha parlato di come il dolore delle tante vittime del conflitto tra arabi e israeliani, tra cui il figlio (morto nella guerra tra hezbollah e Israele), unisce e crea sintonie.

“È così facile lasciarsi vincere dall’odio, dalla rabbia e dal desiderio di vendetta”, ha affermato, “ma ogni volta che sono tentato dall’odio, perdo il contatto vivo con mio figlio, c’è qualcosa di distorto; ho preso la mia decisione e ho fatto la mia scelta”.

“Noi, israeliani e palestinesi” ha aggiunto “che abbiamo perso i nostri cari, persone che potevano essere ancora più care nelle nostre vite, tocchiamo la realtà attraverso una ferita aperta”.

“Una persona che è stata ferita in questo modo non cade nelle illusioni e sa che la vita è un compromesso senza fine: il lutto ci rende più sobri riguardo ai limiti del potere o alle illusioni di chi ha il potere nelle sue mani. Siamo più sospettosi e disgustati riguardo le manifestazioni di arroganza nazionalistica o alle affermazioni altezzose dei leader”.

“Israele è una fortezza, ma non è ancora una casa”, ha poi affermato. Spiegando che la negazione dello Stato Israeliano da parte di tanti palestinesi non consente agli israeliani di avere una casa, viceversa, “se Israele non sarà una casa, anche la Palestina non sarà mai una casa”.

Quindi ha spiegato: “Israele che opprime un popolo da 70 anni e impone l’apartheid è meno di una casa. Quando il ministro della Difesa impedisce ai palestinesi in cerca di pace di partecipare ad un raduno che cerca la pace, è meno di una casa. Quando il primo ministro incita le organizzazioni per i diritti umani e cerca di emanare leggi che annullano i verdetti dell’Alta Corte [si riferisce al diritto dei palestinesi di partecipare alla cerimonia ndr.], Israele diventa meno di una casa per tutti noi”

“Voglio una casa e una vita che non sia schiava dei fanatici che hanno una visione messianica, uno Stato che si preoccupa per l’uomo che vi abita, che abbia compassione e sia tollerante verso per tutte le lingue dei cittadini israeliani, perché questa è la verità divina. Spero che tra 70 anni da oggi i nostri nipoti siano qui, israeliani e palestinesi e cantino insieme “Siamo un popolo libero nella nostra terra”.

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14 agosto

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